di Concita De Gregorio
Sono cresciuta in un Paese fantastico di cui mi hanno insegnato ad
essere fiera. Sono stata bambina in un tempo in cui alzarsi a cedere
il posto in autobus a una persona anziana, ascoltare prima di parlare,
chiedere scusa, permesso, dire ho sbagliato erano principi normali e
condivisi di una educazione comune. Sono stata ragazza su banchi di
scuola di città di provincia dove gli insegnanti ci invitavano a casa
loro, il pomeriggio, a rileggere ad alta voce i testi dei nostri padri
per capirne meglio e più piano la lezione. Sono andata all'estero a
studiare ancora, ho visto gli occhi sbigottiti di coloro a cui dicevo
che se hai bisogno di ingessare una frattura, nei nostri ospedali, che
tu sia il Rettore dell'Università o il bidello della Facoltà fa lo
stesso, la cura è dovuta e l'assistenza identica per tutti. Sono stata
una giovane donna che ha avuto accesso al lavoro in virtù di quel che
aveva imparato a fare e di quel che poteva dare: mai, nemmeno per un
istante, ho pensato che a parità di condizioni la sorte sarebbe stata
diversa se fossi stata uomo, fervente cattolica, ebrea o musulmana,
nata a Bisceglie o a Brescia, se mi fossi sposata in chiesa o no, se
avessi deciso di vivere con un uomo con una donna o con nessuno.
Ho saputo senza ombra di dubbio che essere di destra o di sinistra
sono cose profondamente diverse, radicalmente diverse: per troppe
ragioni da elencare qui ma per una fondamentale, quella che la nostra
Costituzione – una Costituzione antifascista - spiega all'articolo 2,
proprio all'inizio: l'esistenza (e il rispetto, e il valore, e
l'amore) del prossimo. Il "dovere inderogabile di solidarietà" che non
è concessione né compassione: è il fondamento della convivenza. Non
erano mille anni fa, erano pochi. I miei genitori sapevano che il mio
futuro sarebbe stato migliore del loro. Hanno investito su questo –
investito in educazione e in conoscenza – ed è stato così. È stato
facile, relativamente facile. È stato giusto. Per i nostri figli il
futuro sarà peggiore del nostro. Lo è. Precario, più povero, opaco.
Chi può li manda altrove, li finanzia per l'espatrio, insegna loro a
"farsi furbi". Chi non può soccombe. È un disastro collettivo, la più
grande tragedia: stiamo perdendo la fiducia, la voglia di combattere,
la speranza. Qualcosa di terribile è accaduto negli ultimi vent'anni.
Un modello culturale, etico, morale si è corrotto. La politica non è
che lo specchio di un mutamento antropologico, i modelli oggi vincenti
ne sono stati il volano: ci hanno mostrato che se violi la legge basta
avere i soldi per pagare, se hai belle le gambe puoi sposare un
miliardario e fare shopping con la sua carta di credito. Spingi, salta
la fila, corrompi, cambia opinione secondo la convenienza, mettiti al
soldo di chi ti darà una paghetta magari nella forma di una bella
presidenza di ente pubblico, di un ministero. Mettiti in salvo tu da
solo e per te: gli altri si arrangino, se ne vadano, tornino a casa
loro, crepino.
Ciò che si è insinuato nelle coscienze, nel profondo del Paese, nel
comune sentire è un problema più profondo della rappresentanza
politica che ha trovato. Quello che ora chiamiamo "berlusconismo" ne è
stato il concime e ne è il frutto. Un uomo con un potere immenso che
ha promosso e salvato se stesso dalle conseguenze che qualunque altro
comune cittadino avrebbe patito nelle medesime condizioni - lo ha
fatto col denaro, con le tv che piegano il consenso - e che ha intanto
negli anni forgiato e avvilito il comune sentire all'accettazione di
questa vergogna come fosse "normale", anzi auspicabile: un modello
vincente. È un tempo cupo quello in cui otto bambine su dieci, in
quinta elementare, sperano di fare le veline così poi da grandi
trovano un ricco che le sposi. È un tempo triste quello in cui chi è
andato solo pochi mesi fa a votare alle primarie del Partito
Democratico ha già rinunciato alla speranza, sepolta da
incomprensibili diaspore e rancori privati di uomini pubblici.
Non è irrimediabile, però. È venuto il momento di restituire ciò che
ci è stato dato. Prima di tutto la mia generazione, che è stata
l'ultima di un tempo che aveva un futuro e la prima di quello che non
ne ha più. Torniamo a casa, torniamo a scuola, torniamo in battaglia:
coltivare i pomodori dietro casa non è una buona idea, metterci la
musica in cuffia è un esilio in patria. Lamentarsi che "tanto, ormai"
è un inganno e un rifugio, una resa che pagheranno i bambini di dieci
anni, regalargli per Natale la playstation non è l'alternativa a una
speranza. "Istruitevi perché abbiamo bisogno di tutta la vostra
intelligenza", diceva l'uomo che ha fondato questo giornale. Leggete,
pensate, imparate, capite e la vita sarà vostra. Nelle vostre mani il
destino. Sarete voi la giustizia. Ricominciamo da qui. Prendiamo in
mano il testimone dei padri e portiamolo, navigando nella complessità
di questo tempo, nelle mani dei figli. Nulla avrà senso se non potremo
dirci di averci provato.
Questo solo posso fare, io stessa, mentre ricevo da chi è venuto prima
di me il compito e la responsabilità di portare avanti un grande
lavoro collettivo. L'Unità è un pezzo della storia di questo Paese in
cui tutti e ciascuno, in tempi anche durissimi, hanno speso la loro
forza e la loro intelligenza a tenere ferma la barra del timone.
Ricevo in eredità - da ultimo da Furio Colombo ed Antonio Padellaro –
il senso di un impegno e di un'impresa. Quando immagino quale potrebbe
essere il prossimo pezzo di strada, in coerenza con la memoria e in
sintonia con l'avvenire, penso a un giornale capace di parlare a tutti
noi, a tutti voi di quel che anima le nostre vite, i nostri giorni: la
scuola, l'università, la ricerca che genera sapere, l'impresa che
genera lavoro. Il lavoro, il diritto ad averlo e a non morirne. La
cura dell'ambiente e del mondo in cui viviamo, il modo in cui
decidiamo di procurarci l'acqua e la luce nelle nostre case, le
politiche capaci di farlo, il governo del territorio, le città e i
paesi, lo sguardo oltreconfine sull'Europa e sul mondo, la solidarietà
che vuol dire pensare a chi è venuto prima e a chi verrà dopo, a chi è
arrivato da noi adesso e viene da un mondo più misero e peggiore,
solidarietà fra generazioni, fra genti, fra uguali ma diversi. La
garanzia della salute, del reddito, della prospettiva di una vita
migliore. Credo che per raccontare la politica serva la cronaca e che
la cronaca della nostra vita sia politica. Credo che abbiamo avuto a
sufficienza retroscena per aver voglia di tornare a raccontare, meglio
e più onestamente possibile, la scena. Credo che la sinistra, tutta la
sinistra dal centro al lato estremo, abbia bisogno di ritrovarsi sulle
cose, di trovare e di dare un senso al suo progetto. Il senso, ecco.
Ritrovare il senso di una direzione comune fondata su principi
condivisi: la laicità, i diritti, le libertà, la sicurezza, la
condivisione nel dialogo. Fondata sulle cose, sulla vita, sulla
realtà. C'è già tutto quello che serve. Basterebbe rinominarlo,
metterlo insieme, capirsi. Aprire e non chiudere, ascoltarsi e non
voltarsi di spalle. È un lavoro enorme, naturalmente. Ma possiamo
farlo, dobbiamo. Questo giornale è il posto. Indicare sentieri e non
solo autostrade, altri modi, altri mondi possibili. Ci vorrà tempo.
Cominciamo oggi un lavoro che fra qualche settimana porterà nelle
vostre case un quotidiano nuovo anche nella forma. Sarà un giornale
diverso ma sarà sempre se stesso come capita, con gli anni, a ciascuno
di noi. L'identità, è questo il tema. L'identità del giornale sarà
nelle sue inchieste, nelle sue scelte, nel lavoro di ricerca e di
approfondimento che - senza sconti per nessuno - sappia spiegare cosa
sta diventando questo paese; nelle voci autorevoli che ci suggeriscano
dove altro sia possibile andare, invece, e come farlo. Sarà certo, lo
vorrei, un giornale normale niente affatto nel senso dispregiativo, e
per me incomprensibile, che molti danno a questo attributo: sarà un
normale giornale di militanza, di battaglia, di opposizione a tutto
quel che non ci piace e non ci serve. Aperto a chi ha da dire, a tutti
quelli che non hanno sinora avuto posto per dire accanto a quelli che
vorranno continuare ad esercitare qui la loro passione, il loro
impegno. Non è qualcosa, come chiunque capisce, che si possa fare in
solitudine. C'è bisogno di voi. Di tutti, uno per uno. Non ci si può
tirare indietro adesso, non si deve. È questa la nostra storia, questo
è il nostro posto.
mercoledì 27 agosto 2008
venerdì 15 agosto 2008
Intervento di Daniele Marantelli
*Umberto Bossi* lo ha chiamato di prima mattina, ma non è dato sapere
l'oggetto della telefonata. Era una chiamata attesa e non solo nella
sede del Partito democratico di Varese. Il ministro padano è in partenza
per Ponte di Legno. *Daniele Marantelli*, deputato del Pd, partirà dopo
Ferragosto. «Io amo il confronto. Ci sentiamo spesso, soprattutto dopo
la sua malattia. Un calvario che io ho vissuto con mia madre» dice il
deputato del Pd.
Le larghe intese tra i due ci sono sicuramente sul piano umano. Su
quello politico, invece, sono affidate alla mobilità del dito medio del
padre della Lega Nord.
Marantelli, anziché pensare alla spiaggia, consegna ai giornalisti un
decalogo sulla finanziaria del Governo Berlusconi, mettendo in fila una
serie di punti negativi. Si parte dall'inflazione che, attestatasi a
luglio tra il 6 e il 7 %, erode giorno dopo giorno i redditi dei
lavoratori e dei pensionati italiani. «Aumenta tutto -- dice Marantelli
--. Non c'è stata alcuna riduzione della pressione fiscale e i tagli
previsti vanno a colpire la qualità e la quantità dei servizi sociali,
della scuola, della ricerca e della sicurezza. Un esempio? Hanno parlato
dei grembiulini e hanno nascosto il taglio di 80 mila insegnanti».
Le infrastrutture, vero cavallo di battaglia di Marantelli, non stanno
meglio. La strigliata questa volta riguarda anche la Regione Lombardia.
«Non sono previsti finanziamenti per il collegamento ferroviario
*Rho-Gallarate* che in vista *dell'Expo 2015* è una infrastruttura
indispensabile per collegare Malpensa. Lo stesso discorso vale per il
completamento delle tangenziali di Varese e Como, anche se l'assessore
*Raffaele Cattaneo* (Pdl), arrampicandosi sugli specchi, ha detto che
questo aspetto non influirà sull'apertura dei cantieri. La verità è che
l'unico federalismo infrastrutturale l'abbiamo realizzato noi.
Berlusconi ha tolto *290 milioni di euro* alle piccole e medie imprese
del nord per finanziare Alitalia».
La lista marantelliana è lunga e comprende: la concessione per le
autostrade che privilegia i poteri forti a danno dei pendolari, il
rinvio della *class action* , la
scomparsa dall'agenda del governo dell'abolizione del «*massimo
scoperto*», il rincaro dei mutui, i tagli dei servizi che i comuni
saranno costretti a fare dopo l'abolizione dell'Ici (solo parzialmente
rimborsata dallo Stato). Prossimamente il deputato del Pd presenterà un
disegno di legge, insieme al collega di partito *Maino* *Marchi*, sul
passaggio della gestione della rete stradale dall'Anas alle province.
l'oggetto della telefonata. Era una chiamata attesa e non solo nella
sede del Partito democratico di Varese. Il ministro padano è in partenza
per Ponte di Legno. *Daniele Marantelli*, deputato del Pd, partirà dopo
Ferragosto. «Io amo il confronto. Ci sentiamo spesso, soprattutto dopo
la sua malattia. Un calvario che io ho vissuto con mia madre» dice il
deputato del Pd.
Le larghe intese tra i due ci sono sicuramente sul piano umano. Su
quello politico, invece, sono affidate alla mobilità del dito medio del
padre della Lega Nord.
Marantelli, anziché pensare alla spiaggia, consegna ai giornalisti un
decalogo sulla finanziaria del Governo Berlusconi, mettendo in fila una
serie di punti negativi. Si parte dall'inflazione che, attestatasi a
luglio tra il 6 e il 7 %, erode giorno dopo giorno i redditi dei
lavoratori e dei pensionati italiani. «Aumenta tutto -- dice Marantelli
--. Non c'è stata alcuna riduzione della pressione fiscale e i tagli
previsti vanno a colpire la qualità e la quantità dei servizi sociali,
della scuola, della ricerca e della sicurezza. Un esempio? Hanno parlato
dei grembiulini e hanno nascosto il taglio di 80 mila insegnanti».
Le infrastrutture, vero cavallo di battaglia di Marantelli, non stanno
meglio. La strigliata questa volta riguarda anche la Regione Lombardia.
«Non sono previsti finanziamenti per il collegamento ferroviario
*Rho-Gallarate* che in vista *dell'Expo 2015* è una infrastruttura
indispensabile per collegare Malpensa. Lo stesso discorso vale per il
completamento delle tangenziali di Varese e Como, anche se l'assessore
*Raffaele Cattaneo* (Pdl), arrampicandosi sugli specchi, ha detto che
questo aspetto non influirà sull'apertura dei cantieri. La verità è che
l'unico federalismo infrastrutturale l'abbiamo realizzato noi.
Berlusconi ha tolto *290 milioni di euro* alle piccole e medie imprese
del nord per finanziare Alitalia».
La lista marantelliana è lunga e comprende: la concessione per le
autostrade che privilegia i poteri forti a danno dei pendolari, il
rinvio della *class action* , la
scomparsa dall'agenda del governo dell'abolizione del «*massimo
scoperto*», il rincaro dei mutui, i tagli dei servizi che i comuni
saranno costretti a fare dopo l'abolizione dell'Ici (solo parzialmente
rimborsata dallo Stato). Prossimamente il deputato del Pd presenterà un
disegno di legge, insieme al collega di partito *Maino* *Marchi*, sul
passaggio della gestione della rete stradale dall'Anas alle province.
lunedì 4 agosto 2008
La rivoluzione sussurrata
di Ivan Vaghi

Il termine è sicuramente passato di moda, relegato nella soffitta del politicamente scorretto. Chi mai può parlare di rivoluzione ormai? In fondo le rivoluzioni servono solo a sostituire una tirannia con un’altra, non è così che si dice? La parola rivoluzione però non indica solamente il sovvertimento di un ordine politico, ma in generale sta ad indicare un mutamento profondo che comporta il superamento di un modello precedente per far posto ad un nuovo modello, e non c’è niente di politicamente scorretto in questo, purché il modello precedente sia sbagliato. Tenete a mente questo concetto e pensate a quanti modelli sbagliati stanno intorno a voi. A questo punto pensate a cosa sarebbe necessario fare per sovvertire questo modello con uno nuovo, e vi sorprenderete a realizzare quanto sia facile fare le rivoluzioni.
Ma pensatelo a bassa voce, oppure sussurratelo appena, che magari poi va a finire che qualcuno ci crede.
Mettere la propria spazzatura negli spazi appositi e non buttarla dal finestrino dell’auto o abbandonarla in modo da rendere il nostro verde un immondezzaio aggiunto è una semplicissima rivoluzione, alla portata di tutti. Non servirebbero più puliture straordinarie, giornate ecologiche o cose del genere.
Leggere il giornale o comunque informarsi di quello che succede intorno a noi è una semplicissima rivoluzione, perché, come diceva quel tale, che di rivoluzioni se ne intendeva: “la verità vi renderà liberi” (Giovanni 8,32), ma la verità, da che mondo è mondo, non è mai stata fornita tanto facilmente, perché i popoli liberi sono sempre stati guardati con sospetto. Se volete essere liberi dovete guadagnarvi la verità e non accontentarvi delle prime notizie che vi vengono fornite. L’alternativa a questa semplice rivoluzione è una libertà a sovranità limitata, che è come dire avere una Ferrari con il motore di una cinquecento (di quelle vecchie).
Anche il non rassegnarsi è rivoluzionario, non rassegnarsi a tutto quello che ci hanno fatto passare come inevitabile, o peggio come frutto di ingegno, come le raccomandazioni, la corruzione, i silenziosi soprusi delle banche, una burocrazia che serve solo a mantenere se stessa, e ci aggiungo i politici che pensano solo ai loro interessi, così restiamo in tema. Non occorre rassegnarci, non ci serve, anzi, ci fa del male. Non credete a quelli che vi dicono che tanto è sempre andata così e non c’è niente da fare, perché già il non crederci è una semplicissima rivoluzione. Sussurratela a chi vi sta vicino, “non abbiate paura!” (Giovanni Paolo II), e stiamo già sul 2 a 0 tra cattolicesimo e marxismo, giusto per far capire che la rivoluzione non è necessariamente qualcosa di brutto (e comunque neanche il marxismo lo è, accetto repliche…).
Anche pagare le tasse è rivoluzionario, e lo so anche io che vi hanno fatto passare l’idea che evadere le tasse è giusto e magari benedetto, ma non è così. Chi evade le tasse e poi va in ospedale a farsi curare gratuitamente è un ladro, chi evade le tasse e poi manda i figli alla scuola pubblica è un ladro, chi evade le tasse e poi si lamenta che non c’è abbastanza polizia in giro è in stato confusionale, chi evade le tasse e si vanta di farlo è un delinquente. E’ capitato a tutti di sentirsi dire dall’idraulico o dall’elettricista di turno che il lavoro costa duecento euro in nero e trecento con la fattura, ce lo fanno passare come un favore e noi magari siamo pure grati. Si dimenticano di dire che a volte centocinquanta erano pure troppi per il lavoro che hanno fatto, per la serie cornuti e mazziati, così tocca a quelli che non evadono pagare la scuola e la sanità anche per queste persone. Sussurratelo a chi vi sta vicino che c’è una semplicissima rivoluzione a portata di mano, e cioè che l’unico modo per avere tasse meno alte è costringere tutti a pagarle. Non credete a quelli che dicono che prima bisogna abbassarle perché poi, quando saranno più basse, saranno tutti incentivati a non evadere. E’ una fesseria, ci aveva già provato Reagan negli Stati Uniti negli anni ’80, aveva abbassato le tasse e il paese era finito in una crisi finanziaria terribile, perché chi non paga le tasse continuerà a non pagarle, quale che sia l’aliquota imposta. Anzi, agli occhi della legge la colpa sarà meno grave perché il dovuto sarà inferiore.
Ci sono mille altre semplici rivoluzioni a portata di mano, basta decidere di “non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te” (3 a 0…), basta capire che tutti hanno un ruolo in qualsivoglia processo storico, che lo si voglia o no, per cui tanto vale cercare di superare modelli sbagliati, soprattutto se sono così a portata di mano. Ditelo sottovoce, ma ditelo, anche a chi vi sta vicino, senza dimenticare però che non sarà mai finita, perché “le rivoluzioni o sono permanenti o non sono rivoluzioni” (Trotzkji, 3 a 1…).
Don't you know?
They're talkin' about a revolution
It sounds like whisper
Non senti?
Stanno parlando di una rivoluzione
Sembra un sussurro
Tracy Chapman

Il termine è sicuramente passato di moda, relegato nella soffitta del politicamente scorretto. Chi mai può parlare di rivoluzione ormai? In fondo le rivoluzioni servono solo a sostituire una tirannia con un’altra, non è così che si dice? La parola rivoluzione però non indica solamente il sovvertimento di un ordine politico, ma in generale sta ad indicare un mutamento profondo che comporta il superamento di un modello precedente per far posto ad un nuovo modello, e non c’è niente di politicamente scorretto in questo, purché il modello precedente sia sbagliato. Tenete a mente questo concetto e pensate a quanti modelli sbagliati stanno intorno a voi. A questo punto pensate a cosa sarebbe necessario fare per sovvertire questo modello con uno nuovo, e vi sorprenderete a realizzare quanto sia facile fare le rivoluzioni.
Ma pensatelo a bassa voce, oppure sussurratelo appena, che magari poi va a finire che qualcuno ci crede.
Mettere la propria spazzatura negli spazi appositi e non buttarla dal finestrino dell’auto o abbandonarla in modo da rendere il nostro verde un immondezzaio aggiunto è una semplicissima rivoluzione, alla portata di tutti. Non servirebbero più puliture straordinarie, giornate ecologiche o cose del genere.
Leggere il giornale o comunque informarsi di quello che succede intorno a noi è una semplicissima rivoluzione, perché, come diceva quel tale, che di rivoluzioni se ne intendeva: “la verità vi renderà liberi” (Giovanni 8,32), ma la verità, da che mondo è mondo, non è mai stata fornita tanto facilmente, perché i popoli liberi sono sempre stati guardati con sospetto. Se volete essere liberi dovete guadagnarvi la verità e non accontentarvi delle prime notizie che vi vengono fornite. L’alternativa a questa semplice rivoluzione è una libertà a sovranità limitata, che è come dire avere una Ferrari con il motore di una cinquecento (di quelle vecchie).
Anche il non rassegnarsi è rivoluzionario, non rassegnarsi a tutto quello che ci hanno fatto passare come inevitabile, o peggio come frutto di ingegno, come le raccomandazioni, la corruzione, i silenziosi soprusi delle banche, una burocrazia che serve solo a mantenere se stessa, e ci aggiungo i politici che pensano solo ai loro interessi, così restiamo in tema. Non occorre rassegnarci, non ci serve, anzi, ci fa del male. Non credete a quelli che vi dicono che tanto è sempre andata così e non c’è niente da fare, perché già il non crederci è una semplicissima rivoluzione. Sussurratela a chi vi sta vicino, “non abbiate paura!” (Giovanni Paolo II), e stiamo già sul 2 a 0 tra cattolicesimo e marxismo, giusto per far capire che la rivoluzione non è necessariamente qualcosa di brutto (e comunque neanche il marxismo lo è, accetto repliche…).
Anche pagare le tasse è rivoluzionario, e lo so anche io che vi hanno fatto passare l’idea che evadere le tasse è giusto e magari benedetto, ma non è così. Chi evade le tasse e poi va in ospedale a farsi curare gratuitamente è un ladro, chi evade le tasse e poi manda i figli alla scuola pubblica è un ladro, chi evade le tasse e poi si lamenta che non c’è abbastanza polizia in giro è in stato confusionale, chi evade le tasse e si vanta di farlo è un delinquente. E’ capitato a tutti di sentirsi dire dall’idraulico o dall’elettricista di turno che il lavoro costa duecento euro in nero e trecento con la fattura, ce lo fanno passare come un favore e noi magari siamo pure grati. Si dimenticano di dire che a volte centocinquanta erano pure troppi per il lavoro che hanno fatto, per la serie cornuti e mazziati, così tocca a quelli che non evadono pagare la scuola e la sanità anche per queste persone. Sussurratelo a chi vi sta vicino che c’è una semplicissima rivoluzione a portata di mano, e cioè che l’unico modo per avere tasse meno alte è costringere tutti a pagarle. Non credete a quelli che dicono che prima bisogna abbassarle perché poi, quando saranno più basse, saranno tutti incentivati a non evadere. E’ una fesseria, ci aveva già provato Reagan negli Stati Uniti negli anni ’80, aveva abbassato le tasse e il paese era finito in una crisi finanziaria terribile, perché chi non paga le tasse continuerà a non pagarle, quale che sia l’aliquota imposta. Anzi, agli occhi della legge la colpa sarà meno grave perché il dovuto sarà inferiore.
Ci sono mille altre semplici rivoluzioni a portata di mano, basta decidere di “non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te” (3 a 0…), basta capire che tutti hanno un ruolo in qualsivoglia processo storico, che lo si voglia o no, per cui tanto vale cercare di superare modelli sbagliati, soprattutto se sono così a portata di mano. Ditelo sottovoce, ma ditelo, anche a chi vi sta vicino, senza dimenticare però che non sarà mai finita, perché “le rivoluzioni o sono permanenti o non sono rivoluzioni” (Trotzkji, 3 a 1…).
Don't you know?
They're talkin' about a revolution
It sounds like whisper
Non senti?
Stanno parlando di una rivoluzione
Sembra un sussurro
Tracy Chapman
giovedì 24 luglio 2008
Qualcuno si è fatto da solo...
Il caldo è arrivato e il sole splende: forse è meglio cominciare con un po' di sana e divertente satira:
Ho raccolto qualche articolo sull'operato del Governo Berlusconi. Sarebbe interessante sapere cosa ne pensano gli italiani.
Iniziamo con una panoramica del piano economico triennale.
E passiamo a qualche commento:
- Presunti tagli ai fondi per gli statali
- Dopo tanto parlare di sicurezza: tagli alle forze dell'ordine
- Come già accennato in un posto precedente: Sanità
- Università
- Scuola (dell'obbligo?)
Cosa ne pensa il Partito Democratico
Ho raccolto qualche articolo sull'operato del Governo Berlusconi. Sarebbe interessante sapere cosa ne pensano gli italiani.
Iniziamo con una panoramica del piano economico triennale.
E passiamo a qualche commento:
- Presunti tagli ai fondi per gli statali
- Dopo tanto parlare di sicurezza: tagli alle forze dell'ordine
- Come già accennato in un posto precedente: Sanità
- Università
- Scuola (dell'obbligo?)
Cosa ne pensa il Partito Democratico
domenica 20 luglio 2008
Dedicato ai giovani
"I giovani pensano che la politica sia una cosa sporca, traditrice, ma
non è così.
Sono gli uomini che tradiscono, che rubano, che la sporcano.
La politica è la miglior cosa che possa fare un uomo,
però una politica fatta con etica, con serietà, con amore.
Credo che i giovani abbiano il dovere di far politica,
perché saranno loro i prossimi governanti,
e devono sentire la gioia che c'è nel far politica,
devono sentire la gioia che c'è nell'offrire il proprio impegno all'altro.
Devono sentire che "l'altro sono io", perché far politica è questo.
Noi abbiamo promesso ai nostri figli di non abbandonarli,
e strada facendo stanno nascendo altri figli.(…)
Noi non diamo per morti i nostri figli, crediamo che vivano in ogni persona che
lotta"
Parole di Hebe de Bonafini, Madres de Plaza de Mayo
nel libro "Le Pazze" di Daniela Padoan
non è così.
Sono gli uomini che tradiscono, che rubano, che la sporcano.
La politica è la miglior cosa che possa fare un uomo,
però una politica fatta con etica, con serietà, con amore.
Credo che i giovani abbiano il dovere di far politica,
perché saranno loro i prossimi governanti,
e devono sentire la gioia che c'è nel far politica,
devono sentire la gioia che c'è nell'offrire il proprio impegno all'altro.
Devono sentire che "l'altro sono io", perché far politica è questo.
Noi abbiamo promesso ai nostri figli di non abbandonarli,
e strada facendo stanno nascendo altri figli.(…)
Noi non diamo per morti i nostri figli, crediamo che vivano in ogni persona che
lotta"
Parole di Hebe de Bonafini, Madres de Plaza de Mayo
nel libro "Le Pazze" di Daniela Padoan
martedì 15 luglio 2008
C’era una volta
di Ivan Vaghi

C’era una volta un grande paese, che si chiamava Stati Uniti d’America, potente e industrializzato, che aveva talmente tanta fiducia in se stesso che non si preoccupò di controllare la programmazione economica del suo sistema finanziario, tanto che a un certo punto le banche entrarono in crisi. Le industrie infatti producevano sempre di più, e per sviluppare i consumi le banche avevano cominciato a concedere crediti a privati senza garanzie. Quando però le banche si resero conto che i crediti faticavano a rientrare perché i privati erano arrivati oltre la soglia massima delle proprie possibilità di acquisto, i crediti stessi non vennero più concessi, cosa che causò un accumulo dei prodotti. La presenza sul mercato di una grande quantità di merce causò il crollo dei prezzi perché le aziende erano costrette a liberarsi delle scorte per poter sopravvivere.
Era già da un paio di anni che i segnali andavano in quel senso, ma nonostante ciò le banche continuavano a concedere crediti sia ai privati che alle industrie che, non avendone bisogno, li reinvestivano sia in borsa, determinando un aumento del valore dei titoli al di là dei riscontri industriali dei titoli stessi, sia nel settore immobiliare. Solo che per vendere le case, e quindi rientrare dagli investimenti, le banche concessero mutui senza garanzie. Un giorno le aziende non ce la fecero più e ci fu una vendita in massa dei titoli, la borsa crollò in un tiepido mattino di ottobre e le banche cominciarono a fallire, avendo esse stesse grandi quantità di azioni e una grande quantità di capitali immobilizzati nei mutui, che però non venivano onorati. Fallirono ovviamente anche numerose aziende, nonostante in un primo tempo fossero state costrette a far crollare i prezzi per liberarsi delle scorte. La chiusura delle aziende fece aumentare la disoccupazione e diminuire ulteriormente i consumi, facendo così accelerare il processo.
Molti paesi europei, dipendenti in modo stretto dall’economia americana, ne risentirono, soprattutto perché ci fu una scelta protezionistica da parte degli Stati Uniti che limitò le esportazioni europee.
In tutto il mondo occidentale ci furono anche conseguenze politiche alla crisi economica, perché i gravi disordini sociali determinati dall’aumento della disoccupazione e dalla diminuzione del potere d’acquisto dei salari portarono i vari governi a deviare su posizioni più autoritarie, cosa che determinò rivoluzioni, scontri e in alcuni casi vere e proprie dittature.
Non è fantapolitica, e non è nemmeno una brutta favola, è semplicemente quello che successe veramente all’indomani del 24 ottobre 1929, quando la borsa di Wall Street crollò e si portò dietro tutta l’economia del mondo occidentale. Se qualcuno crede di avere intravisto in questo racconto una situazione simile a quella attuale ha perfettamente ragione, perché stiamo percorrendo gli stessi identici passi di allora, solo con tempi più allungati. Il crollo della borsa si è già verificato, solo che non è avvenuto di botto ma lungo diversi anni a partire dal 2000, mentre la crisi dei mutui sta cominciando a mettere in ginocchio diversi colossi bancari, finora sostenuti dall’acquisto di titoli per il valore di miliardi di dollari da parte di Cina e paesi arabi, ma non sappiamo fino a quando durerà. E’ GIA’ SUCCESSO!!! Non so se si è capito, anzi si è capito benissimo dal momento che la perdita di potere di acquisto e l’aumento dell’inflazione si sono già fatti avanti. Mi piacerebbe sentire cenni di programmazione economica prima che a tutto questo si aggiunga anche una disoccupazione devastante, ma finora non ne ho sentiti. Già, perché qualcuno sta perdendo tempo con i lodi Schifalfano, leggi bloccaprocessi e amenità di questo tipo…

C’era una volta un grande paese, che si chiamava Stati Uniti d’America, potente e industrializzato, che aveva talmente tanta fiducia in se stesso che non si preoccupò di controllare la programmazione economica del suo sistema finanziario, tanto che a un certo punto le banche entrarono in crisi. Le industrie infatti producevano sempre di più, e per sviluppare i consumi le banche avevano cominciato a concedere crediti a privati senza garanzie. Quando però le banche si resero conto che i crediti faticavano a rientrare perché i privati erano arrivati oltre la soglia massima delle proprie possibilità di acquisto, i crediti stessi non vennero più concessi, cosa che causò un accumulo dei prodotti. La presenza sul mercato di una grande quantità di merce causò il crollo dei prezzi perché le aziende erano costrette a liberarsi delle scorte per poter sopravvivere.
Era già da un paio di anni che i segnali andavano in quel senso, ma nonostante ciò le banche continuavano a concedere crediti sia ai privati che alle industrie che, non avendone bisogno, li reinvestivano sia in borsa, determinando un aumento del valore dei titoli al di là dei riscontri industriali dei titoli stessi, sia nel settore immobiliare. Solo che per vendere le case, e quindi rientrare dagli investimenti, le banche concessero mutui senza garanzie. Un giorno le aziende non ce la fecero più e ci fu una vendita in massa dei titoli, la borsa crollò in un tiepido mattino di ottobre e le banche cominciarono a fallire, avendo esse stesse grandi quantità di azioni e una grande quantità di capitali immobilizzati nei mutui, che però non venivano onorati. Fallirono ovviamente anche numerose aziende, nonostante in un primo tempo fossero state costrette a far crollare i prezzi per liberarsi delle scorte. La chiusura delle aziende fece aumentare la disoccupazione e diminuire ulteriormente i consumi, facendo così accelerare il processo.
Molti paesi europei, dipendenti in modo stretto dall’economia americana, ne risentirono, soprattutto perché ci fu una scelta protezionistica da parte degli Stati Uniti che limitò le esportazioni europee.
In tutto il mondo occidentale ci furono anche conseguenze politiche alla crisi economica, perché i gravi disordini sociali determinati dall’aumento della disoccupazione e dalla diminuzione del potere d’acquisto dei salari portarono i vari governi a deviare su posizioni più autoritarie, cosa che determinò rivoluzioni, scontri e in alcuni casi vere e proprie dittature.
Non è fantapolitica, e non è nemmeno una brutta favola, è semplicemente quello che successe veramente all’indomani del 24 ottobre 1929, quando la borsa di Wall Street crollò e si portò dietro tutta l’economia del mondo occidentale. Se qualcuno crede di avere intravisto in questo racconto una situazione simile a quella attuale ha perfettamente ragione, perché stiamo percorrendo gli stessi identici passi di allora, solo con tempi più allungati. Il crollo della borsa si è già verificato, solo che non è avvenuto di botto ma lungo diversi anni a partire dal 2000, mentre la crisi dei mutui sta cominciando a mettere in ginocchio diversi colossi bancari, finora sostenuti dall’acquisto di titoli per il valore di miliardi di dollari da parte di Cina e paesi arabi, ma non sappiamo fino a quando durerà. E’ GIA’ SUCCESSO!!! Non so se si è capito, anzi si è capito benissimo dal momento che la perdita di potere di acquisto e l’aumento dell’inflazione si sono già fatti avanti. Mi piacerebbe sentire cenni di programmazione economica prima che a tutto questo si aggiunga anche una disoccupazione devastante, ma finora non ne ho sentiti. Già, perché qualcuno sta perdendo tempo con i lodi Schifalfano, leggi bloccaprocessi e amenità di questo tipo…
sabato 12 luglio 2008
Sanità, ecco i tagli del governo
Più ticket e meno posti letto
tratto da www.repubblica.it

ROMA - Ticket sanitari anche a carico delle categorie ora esenti: anziani con patologie invalidanti, malati oncologici, a prescindere dal reddito. Riduzione dei posti letto ospedalieri, oggi il rapporto ottimale è di 4,5 per mille residenti. Taglio del personale sanitario, medici, infermieri e tecnici, per raggiungere il pareggio del bilancio. La voce sanità, nel maxiemendamento al decreto della manovra economica presentato dal governo, ha mandato su tutte le furie i governatori delle Regioni. Anche il lombardo Roberto Formigoni ha lanciato un messaggio di fuoco a Berlusconi e Tremonti: "I tagli, in particolare sulla sanità, sono insostenibili, abbiamo chiesto un incontro urgente al governo, perché ci hanno assicurato che non procederanno a decisioni unilaterali. Vedremo cosa succederà".
Perché le Regioni si sono schierate compatte contro il piano Tremonti? Il Patto per la Salute firmato con il governo Prodi, proposto dall'allora ministro Livia Turco e dal responsabile dell'Economia Padoa-Schioppa, prevedeva un incremento del Fondo sanitario nazionale del 3% dal 2008 al 2011, passando da 99 miliardi euro a 108 miliardi e 500 milioni. L'accordo prevedeva somme aggiuntive per il rinnovo del contratto dei medici e paramedici e per la copertura dei ticket sulle ricette per la specialistica e gli esami diagnostici. Più di tre miliardi di euro per evitare i ticket e 1.800 per i contratti.
Il piano prevede ora una manovra soft per il 2008. Ma dal 2009 cominceranno i guai. L'incremento del Fondo sanitario nazionale viene in pratica dimezzato, niente soldi per il rinnovo dei contratti della sanità, e i ticket per le visite specialistiche saranno problemi esclusivi delle Regioni. Il tutto senza tenere conto dell'incremento demografico: più di 400 mila ogni anno dovuto all'arrivo degli immigrati. Alla fine della storia il taglio sarà di quasi sette miliardi di euro. La sanità italiana, oltretutto, marcia a diverse velocità.
Alcune Regioni hanno lavorato per tempo razionalizzando il sistema ospedaliero, trasferendo l'assistenza nel territorio, ma ci sono voluti anni per spiegare ai cittadini, non senza frizioni e contestazioni che sarebbe stato meglio così. "La Toscana ha iniziato questo lavoro una decina d'anni fa - afferma l'assessore alla Sanità Enrico Rossi, coordinatore nazionale della Conferenza delle Regioni - è stato faticoso ma siamo riusciti a raggiungere gli obiettivi. Con questa manovra demenziale, se passerà, dovremo rivedere la convenzione con i medici di famiglia, o ridurre la prevenzione oncologica, oppure l'assistenza psichiatrica. L'offerta di Tremonti, per coprire il ticket sulla specialistica, è ridicola: ci dice noi vi diamo quest'anno 50 milioni di euro su 834, voi coprite il resto tagliando del 30% gli stipendi dei direttori generali delle Asl, direttori sanitari e dirigenti regionali. Così le Regioni metterebbero insieme una decina di milioni di euro".
Come se non bastasse c'è il problema delle Regioni che hanno accumulato un deficit mostruoso nel corso degli anni. Con il governo Prodi era stato concordato un doloroso piano di rientro. In testa Lazio e Sicilia, seguite da Campania, Calabria e Molise. Per loro il problema è doppio: tagliare per rientrare dal debito pregresso e tagliare di nuovo per il ridimensionamento del Fondo sanitario. Massimo Russo, assessore alla Sanità della Sicilia, non ha perso le speranze: "È chiaro che il sistema rischia il collasso, ma spero che i conti possano tornare in equilibrio, tagliando 2 mila posti letto negli ospedali pubblici e 435 nelle cliniche private - afferma - riducendo i laboratori privati convenzionati".
Se volete sapere quante promesse ha mantenuto il governo Berlusconi cliccate qui.
tratto da www.repubblica.it

ROMA - Ticket sanitari anche a carico delle categorie ora esenti: anziani con patologie invalidanti, malati oncologici, a prescindere dal reddito. Riduzione dei posti letto ospedalieri, oggi il rapporto ottimale è di 4,5 per mille residenti. Taglio del personale sanitario, medici, infermieri e tecnici, per raggiungere il pareggio del bilancio. La voce sanità, nel maxiemendamento al decreto della manovra economica presentato dal governo, ha mandato su tutte le furie i governatori delle Regioni. Anche il lombardo Roberto Formigoni ha lanciato un messaggio di fuoco a Berlusconi e Tremonti: "I tagli, in particolare sulla sanità, sono insostenibili, abbiamo chiesto un incontro urgente al governo, perché ci hanno assicurato che non procederanno a decisioni unilaterali. Vedremo cosa succederà".
Perché le Regioni si sono schierate compatte contro il piano Tremonti? Il Patto per la Salute firmato con il governo Prodi, proposto dall'allora ministro Livia Turco e dal responsabile dell'Economia Padoa-Schioppa, prevedeva un incremento del Fondo sanitario nazionale del 3% dal 2008 al 2011, passando da 99 miliardi euro a 108 miliardi e 500 milioni. L'accordo prevedeva somme aggiuntive per il rinnovo del contratto dei medici e paramedici e per la copertura dei ticket sulle ricette per la specialistica e gli esami diagnostici. Più di tre miliardi di euro per evitare i ticket e 1.800 per i contratti.
Il piano prevede ora una manovra soft per il 2008. Ma dal 2009 cominceranno i guai. L'incremento del Fondo sanitario nazionale viene in pratica dimezzato, niente soldi per il rinnovo dei contratti della sanità, e i ticket per le visite specialistiche saranno problemi esclusivi delle Regioni. Il tutto senza tenere conto dell'incremento demografico: più di 400 mila ogni anno dovuto all'arrivo degli immigrati. Alla fine della storia il taglio sarà di quasi sette miliardi di euro. La sanità italiana, oltretutto, marcia a diverse velocità.
Alcune Regioni hanno lavorato per tempo razionalizzando il sistema ospedaliero, trasferendo l'assistenza nel territorio, ma ci sono voluti anni per spiegare ai cittadini, non senza frizioni e contestazioni che sarebbe stato meglio così. "La Toscana ha iniziato questo lavoro una decina d'anni fa - afferma l'assessore alla Sanità Enrico Rossi, coordinatore nazionale della Conferenza delle Regioni - è stato faticoso ma siamo riusciti a raggiungere gli obiettivi. Con questa manovra demenziale, se passerà, dovremo rivedere la convenzione con i medici di famiglia, o ridurre la prevenzione oncologica, oppure l'assistenza psichiatrica. L'offerta di Tremonti, per coprire il ticket sulla specialistica, è ridicola: ci dice noi vi diamo quest'anno 50 milioni di euro su 834, voi coprite il resto tagliando del 30% gli stipendi dei direttori generali delle Asl, direttori sanitari e dirigenti regionali. Così le Regioni metterebbero insieme una decina di milioni di euro".
Come se non bastasse c'è il problema delle Regioni che hanno accumulato un deficit mostruoso nel corso degli anni. Con il governo Prodi era stato concordato un doloroso piano di rientro. In testa Lazio e Sicilia, seguite da Campania, Calabria e Molise. Per loro il problema è doppio: tagliare per rientrare dal debito pregresso e tagliare di nuovo per il ridimensionamento del Fondo sanitario. Massimo Russo, assessore alla Sanità della Sicilia, non ha perso le speranze: "È chiaro che il sistema rischia il collasso, ma spero che i conti possano tornare in equilibrio, tagliando 2 mila posti letto negli ospedali pubblici e 435 nelle cliniche private - afferma - riducendo i laboratori privati convenzionati".
Se volete sapere quante promesse ha mantenuto il governo Berlusconi cliccate qui.
Iscriviti a:
Post (Atom)