giovedì 8 luglio 2010

Extraterrestre, portami via

Mario Borghezio, esponente della Lega Nord, sta portando avanti una battaglia per la nostra sicurezza.

Quando ho visto che i governi di un po’ tutto il mondo si sono messi a declassificare i cosiddetti “X files”, ho pensato: ecco, questa è una mia missione. E’ bastato poco per capire che il tema è davvero tosto…

Gli X files in questione non riguardano maghrebini, albanesi, pakistani, no, no,riguardano proprio gli alieni e gli oggetti volanti non identificati. Insomma, sono gli stessi X files del telefilm, per capirci.

E allora ecco la proposta al Parlamento Europeo:

Italian euro-deputy Mario Borghezio wants the EU to establish a European UFO Centre.

Un bel centro per gli Ufo. Vi prego, ditemi che è solo un sogno, o un telefilm, al massimo.


martedì 6 luglio 2010

Quando riavremo il nostro fiume?

Sembra di essere tornati ai tempi della cartiera VitaMayer di Cairate: è impressionante vedere migliaia di pesci morti galleggiare.

Legambiente ha presentato un esposto per denunciare una serie di episodi che

hanno avuto conseguenze drammatiche per l’ecosistema locale,faticosamente recuperato dai decenni in cui il fiume era biologicamente morto.

La moria di pesci – nei giorni scorsi - si è verificata, accompagnata dalla comparsa di abbondante schiuma, nel tratto di fiume compreso tra Fagnano Olona e Olgiate Olona. Non c’è davvero pace per la nostra Valle e il nostro fiume. E la colpa è di precisi individui, da scovare a tutti i costi.

Poi, vabbè, se ti ricordano tutte gli episodi di “ecomafia” in provincia di Varese nel 2009, allora c'è proprio da stare sereni.



Quanto piace il Meeting ai lombardi

Ma voi che siete uomini,
sotto il vento e le vele,
non regalate terre promesse
a chi non le mantiene.
La notizia è che, questa volta, dopo anni e anni di inchini e riverenze, anche la Lega Nord ha capito che c'è qualcosa che non va. I gruppi di opposizione sono anni che denunciano il finanziamento (quest'anno di oltre 200.000 euro) che la Regione Lombardia (leggi: che Formigoni) concede al Meeting di Rimini.
Gli anni passati, tutto taceva sul fronte leghista.
Il Partito Democratico in Regione Lombardia è dal 2007 che denuncia l'anomalo finanziamento:

In occasione del Meeting di Comunione e Liberazione, la partecipazione della nostra Regione per l'allestimento di uno stand e la pubblicizzazione delle proprie attività è costata la bellezza di 165.000 euro (di cui 15.000 per la pulizia dello stand e l'addobbo floreale). Vale la pena di ricordare che il finanziamento al Meeting di Rimini è ormai una tradizione anche se la cifra di quest'anno supera quella delle edizioni precedenti. Si tratta con evidenza di una forma di sponsorizzazione, che non ha eguali nella nostra Regione: per fare soltanto un esempio, il finanziamento per il Festival della Letteratura di Mantova, che pure la Regione Lombardia patrocina, è circa un decimo di quello previsto per il Meeting. Eppure Mantova è in Lombardia. Rimini non mi risulta che lo sia, ma con quella cifra potremmo iniziare a pensare di acquistare la Fiera.
Ora attendiamo un bel "Meeting di Rimini ladrone" e attendiamo di ascoltare le lamentele di Formigoni per i tagli agli enti locali. Poi ci faremo tutti una risata, stile gorilla del Crodino.

S.C.

lunedì 5 luglio 2010

Gli spiriti di Pedemontana

di Stefano Catone

Passato il tempo degli espropri, è arrivato il tempo delle ruspe e delle motoseghe.

Il mio amico Giulio sostiene che, nelle foto ai lavori, compaia una presenza, che si aggira per il cantiere:

Giulio aggiunge:

Fra vent’anni diremo: “quando c’erano i boschi e la brughiera a Fagnano Olona”. Sono arrivati i distruttori anche nella nostra cittadina, rivoltando con le ruspe ettari di suolo verde, sradicando piante che avevano attecchito da secoli. Il destino del bosco del rione Baraggioli è purtroppo segnato di grigio, il colore dell’asfalto e del cemento armato. Fino a ieri c’era fresco e ombra lì … ma un giorno accadrà tutto il contrario: le ruspe passeranno sopra autostrade e palazzi per costruire parchi e foreste. Un giorno … forse!

giovedì 1 luglio 2010

Digital divide

di Ivan Vaghi

Si può tradurre con “discriminazione digitale”, e sarà la nuova frontiera di intervento sociale dei prossimi decenni. In pratica il mondo si dividerà in chi ha accesso alla rete e chi non ce l’ha, e non è una questione da poco, perché la prossima sarà la società dell’informazione. Il mondo è già passato dalla società agricola a quella industriale, la società digitale sarà solo il prossimo inevitabile passo. Si calcola infatti che alla fine del XXI secolo solo il 5% dei lavoratori attivi verrà impiegato per far funzionare la produzione, tutti gli altri avranno compiti di ricerca, sviluppo, produzione e gestione delle informazioni, e il luogo deputato a farlo è la rete. La conclusione facile è che chi avrà il controllo della rete avrà anche il controllo dell’economia, e che chi sarà escluso dalla rete sarà anche escluso dallo sviluppo sociale. A sostenerlo è il sociologo Manuel Castells in un libro, “L’età dell’informazione”, che è stato definito la prima vera innovazione nel campo dell’analisi della società dai tempi di Marx. Quello di cui Castells ha paura è che la mancata gestione a livello politico dell’economia digitale possa lasciare spazio a forme di sfruttamento e appunto di esclusione. Quello che abbiamo sperimentato fino adesso, cioè la concentrazione del capitale nelle mani di pochi e la conseguente formazione di una società fortemente sbilanciata, potrebbe essere anche la condizione futura. La differenza è che i nuovi “padroni” non saranno i proprietari dei mezzi di produzione, ma i proprietari dei servizi che li fanno funzionare, senza i quali la produzione cesserebbe. Lo sviluppo tecnologico che permetterà tra non molto di scambiare in rete decine di milioni di informazioni al secondo consentirà di poter reperire in rete i servizi necessari al funzionamento delle attività produttive di ogni tipo, sollevando aziende, professionisti, enti pubblici dalla necessità di dotarsi dei programmi necessari, che necessitano di continui e costosi aggiornamenti. Il servizio sarà affittato a costi contenuti con il conseguente aumento dei profitti. Il controllo però passerà al fornitore del servizio e quindi si instaurerà un elemento critico che la nuova società dell’informazione dovrà tenere in considerazione.

La politica deve pertanto affrontare questo problema, che ha vari aspetti, tutti concatenati: “lo sviluppo culturale ed educativo influenza lo sviluppo tecnologico, il quale influenza lo sviluppo economico, il quale influenza lo sviluppo sociale, il quale a sua volta stimola lo sviluppo culturale ed educativo. Si può trattare di un circolo virtuoso di sviluppo così come di una spirale negativa di sottosviluppo”. Già, perché poi bisogna vedere chi è che controlla e come lo fa. Sempre Castells afferma che: “le banche centrali non sono in grado di esercitare un vero controllo sui flussi globali di capitale nei mercati finanziari. E questi mercati non sono sempre governati da regole di natura economica, ma da turbolenze dell’informazione di diversa origine. I governi nazionali, nel tentativo di conservare un qualche controllo sui flussi globali di capitale e di informazioni, si coalizzano per creare o aggiornare istituzioni sovranazionali alle quali cedono gran parte della propria sovranità. In tal modo riescono a sopravvivere, ma sotto forma di un nuovo tipo di Stato che connette istituzioni sovranazionali, Stati nazionali, governi regionali e locali e perfino organizzazioni non governative in una rete di interazioni e di processi decisionali comuni, e che sta diventando il modello politico prevalente dell’era dell’informazione: lo Stato rete.”

Ma veniamo a noi, quali sono i rischi che bisogna evitare? Per prima cosa proprio il digital divide “se chi rappresenta una risorsa valida può essere facilmente connesso – e non appena smette di essere utile può essere facilmente disconnesso – allora il sistema di produzione globale è popolato allo stesso tempo da individui e gruppi estremamente preziosi e produttivi e da persone che non sono o non sono più considerati preziosi, anche se fisicamente non sono scomparsi dalla scena”. Il problema è reale perché “in quasi tutti i paesi il deficit di istruzione e la mancanza di un’infrastruttura informatica fanno sì che l’intera economia dipenda dai risultati dei pochi settori globalizzati, sempre più vulnerabili alle tempeste dei flussi finanziari globali”, che come abbiamo visto ad oggi non sono governabili dalle banche centrali. Si corre il rischio quindi di creare una imponente sottopopolazione di sfruttati e di esclusi, un vero e proprio quarto mondo trasversale alla collocazione geografica, che risiede in tutti i paesi e in tutte le città del mondo, più o meno grande a seconda del grado di sviluppo tecnologico intrinseco. A questo punto si può decidere se accettare la situazione, e quindi limitare il quarto mondo attraverso imponenti investimenti nel settore dell’information technology, oppure dare il via ad una nuova era di intervento politico che non può che essere globalizzato e sovranazionale. E che inevitabilmente si scontrerà con gli enormi interessi di quei pochi “gestori” dell’economia globale digitalizzata, che oltre a non aver più bisogno degli investimenti di capitali tipici dell’era industriale avrà interesse a limitare i controlli sull’utilizzo della forza lavoro per poter moltiplicare a dismisura i profitti. Ovvio che da un punto di vista “sinistrorso” questa situazione è senz’altro da evitare, ma lo è anche se la vediamo da “destra”, perché “se la competizione tra imprese e nazioni passa attraverso il peggioramento delle condizioni di lavoro, e i frutti della produttività restano concentrati in poche mani, la maggior parte dei lavoratori non avrà più incentivi a investire il proprio capitale intellettuale in un’impresa collettiva, la curva dell’istruzione rallenterà, e si restringeranno sia il potere d’acquisto che la spinta all’innovazione”. In poche parole tanto più sarà grande il quarto mondo tanto meno sarà garantito lo sviluppo sociale e le possibilità di affermazione individuale, oltre che collettiva.

Se compito della politica è quindi analizzare la società e pensare ai problemi ancora prima che si manifestino, credo che sia necessario da parte dei nostri politici cominciare a farlo. E se non possiamo verosimilmente contare sulla lungimiranza della nostra compagine di governo, forse possiamo contare su quella dell’opposizione: perché non affrontare l’argomento del controllo sovranazionale delle centrali economiche dell’era digitale e ragionare sulle ricadute sociali che ci troveremo ad affrontare? Si potrebbe cominciare da una raccolta di dati e dal monitoraggio della situazione fintanto che siamo ancora in “incubazione”. D’altra parte se in futuro il potere lo avrà chi possiede le informazioni sarebbe il caso di non farsi lasciare indietro da subito, e cominciare a produrre noi stessi le informazioni necessarie all’analisi sociale del prossimo futuro. Certo, non si ricaverà un voto in più che è uno, perché l’analisi della società in cui vivranno i nostri figli non interessa per nulla i loro padri, ma la politica deve anche essere assunzione di responsabilità. Non necessariamente corrisposta.

lunedì 28 giugno 2010

Una pantegana, più che un topolino

Son stati necessari tre ministeri per pensare una porcata simile.

Il federalismo demaniale è il topolino partorito da un gigantesco elefante costituito da ben tre ministeri. Questo prevede che parte del demanio pubblico venga trasferito agli enti locali. La curiosa coincidenza è che ciò avvenga nello stesso momento in cui B annuncia che i tagli alle Regioni e ai Comuni ci saranno, eccome se ci saranno.

E così ti succede che gli enti locali si trovano in mano

L’isolotto di Santo Stefano, vicino a Ventotene, con il carcere borbonico dove fu imprigionato Sandro Pertini. Il museo di Villa Giulia, a Roma, e l’Idroscalo di Ostia dove uccisero Pier Paolo Pasolini. Il faro di Mattinata, sul Gargano. L’ex forte di S. Erasmo a Venezia. Parti delle Dolomiti. E ancora boschi, terreni agricoli, fonti di acqua minerale.

Praticamente per definizione, quando un Comune si trova in difficoltà economiche vende il proprio terreno ai privati. Ora i Comuni, schiacciati dai tagli, si troveranno in mano un vero e proprio tesoro, da poter vendere ai privati.

mercoledì 23 giugno 2010

L'ultima roccaforte

di Ivan Vaghi

Con i giornali e i telegiornali è stato facile, è bastato comprarli. La magistratura sta per essere messa sotto il controllo del governo attraverso quella che viene chiamata “riforma della giustizia”, e che invece è solo il modo per metterci le mani sopra. Per farla digerire agli italiani stanno utilizzano i giornali e i telegiornali (comprati in precedenza) per dire che i magistrati sono dei delinquenti, quando invece è più probabile il contrario. Le rete infine sta per essere imbavagliata da norme che trasformeranno in crimine le opinioni. Mancava solo una cosa: il mondo della cultura e del pensiero, l’ultima e unica fonte rimasta di elaborazione critica del mondo. Potevano dimenticarsela? Certo che no: tagli alla cultura, ai teatri, al cinema e a tutte le forme d’arte, attacco frontale alla scuola, smantellamento dell’università, annullamento della ricerca.
Come non vederci una strategia in tutto questo? Basta guardare alle nomine dei ministri: lo “yesman” Alfano per la giustizia e il fenomeno Gelmini per l’Università, che per ottenere l’abilitazione ad avvocato è andata a fare l’esame a Catanzaro perché dalle nostre parti non ci riusciva. Niente contro i calabresi, ma che da quelle parti sia più facile è universalmente noto. Serviva una faccia simpatica come paravento per demolire l’ultima roccaforte, e l’hanno trovata in una delle tante amiche del cavaliere.
La scusa è bell’è pronta, quella crisi economica che impone tagli che devono riguardare tutti i settori. Peccato che i tagli a università e ricerca siano cominciati da tempo, e che siano continuati anche quando la crisi veniva negata. La Germania, che ha varato una manovra più pesante della nostra, ha però aumentato notevolmente i fondi per la ricerca, e così hanno fatto Francia e Gran Bretagna, perché l’equazione è semplice ed è conosciuta da tutti: quando le cose vanno male bisogna investire per capire come farle funzionare meglio. Pare che in Italia si siano distratti. Dicono che cultura e scienza devono mettersi sul mercato e reperire da lì i propri fondi. Peccato che i milioni necessari a produrre il film “Barbarossa”, visto nelle sale da circa quindici persone, siano venuti da fondi pubblici. Ma si sa che i leghisti predicano bene ma razzolano peggio di tutti. Diciamo solo che quasi tutta l’arte che abbiamo in Italia è stata prodotta da finanziamenti pubblici. Se ad esempio lo Stato della Chiesa non avesse ingaggiato Michelangelo adesso non avremmo la Cappella Sistina. Se poi parliamo della ricerca medica si può facilmente intuire come le ditte farmaceutiche, gli unici privati interessati a finanziarla, non sono particolarmente felici di debellare le malattie. A loro interessa che i malati, possibilmente cronici, continuino ad esistere.
I nostri governanti lo sanno benissimo, ma è molto più importante per loro togliere forza a potenziali oppositori. Intellettuali, artisti, scienziati, e ci mettiamo pure i blogger, forti dei loro strumenti di analisi e di intervento libero e critico sulla società, sono un pericolo troppo grande, da stroncare a tutti i costi. E lo stanno facendo.
Molto meglio una società massificata su livelli da Grande Fratello, liberata da chi possa insinuare il sospetto che non sia quello il futuro che dovremmo chiedere per noi stessi. Una società controllabile, contenta di essere manipolata, che quando ha finito di produrre possa essere piacevolmente sbattuta in mezzo a una strada, visto che elimineranno anche pensione e liquidazione. Per riuscirci stanno annullando tutta una generazione, esclusa dal lavoro perché costretta a precariati avvilenti o talmente disillusa da non cercare nemmeno più un lavoro; esclusa dalla cultura e dalla scienza perché fatta rimanere senza possibilità di esprimersi e costretta quindi ad emigrare; esclusa dalla possibilità di manifestare le proprie opinioni perché vengono eliminati gli ambiti in cui poterlo fare. Resistere forse non sarà più nemmeno concepibile, ma è l’unica possibilità. Per quello che mi riguarda, e fino a che ci riuscirò, contribuirò a presidiare l’ultima roccaforte.