mercoledì 5 novembre 2014

Con disciplina e onore

Stasera mi sono seduto per la prima volta tra i banchi del Consiglio comunale di Solbiate Olona, ed ero un po’ emozionato. 
Ho citato l’articolo 54 della Costituzione, il quale richiede «disciplina e onore» ai cittadini ai quali sono affidate funzioni pubbliche. 
Nel mio piccolo, cercherò di attuarlo.
Per i dettagli riguardanti i lavori del Consiglio di ieri sera, vi rimando a questo link. 
Vi ricordo, inoltre, che per qualsiasi cosa è a disposizione l'indirizzo mail pdsolbiateolona@gmail.com.
Stefano Catone

venerdì 10 ottobre 2014

Quando il cattivo è dentro di noi

di Ivan Vaghi

Non sono capace di fare mirabolanti analisi politiche, me la cavo meglio quando lascio esprimere l’emotività. Arma a doppio taglio, ti rende sincero ma anche (ah, Veltroni..) vulnerabile, però ci sono situazioni in cui proteggersi non è la priorità. Comincio con il fare autocritica: anche io ho votato Renzi. Una volta. L’ho fatto al ballottaggio per la segreteria del PD, perché pensavo che Bersani era il rappresentante di un sistema politico che dovevamo lasciarci alle spalle. Credo che sia stata l’unica volta in cui Renzi ha perso, perlomeno posso dire di non aver contribuito a metterlo dove si trova adesso. Magra consolazione, che comunque si basa su una logica discutibile.
Se qualcuno pensa di avere a che fare con un esponente frustrato di una minoranza insignificante si sbaglia, importa sega dell’incidenza relativa delle correnti all’interno del partito. Qui stiamo parlando di qualcosa di emotivamente distruttivo: la consapevolezza di aver sbagliato tutto, o di non aver capito niente, o di non essere riusciti a impedire il peggio, una di queste cose qui e forse tutte insieme. Quando il sindaco di Firenze andò in pellegrinaggio ad Arcore non avevamo capito che si trattava della definizione di una strategia, di un vero e proprio passaggio di consegne. Renzi si riproponeva di fare quello a Berlusconi non era riuscito completamente, confidando però nello stesso elettorato e utilizzando più o meno gli stessi metodi, soprattutto comunicativi. Avrei dovuto capirlo quando al banchetto delle primarie vedevo sfilare gente che con il PD non aveva mai avuto a che fare, che professava anzi simpatie di centrodestra o peggio. Pensavo: “che bello, stiamo portando via voti a Berlusconi”. Stupido ingenuo del cavolo. Mi dicono che non possiamo fossilizzarci sulla vecchia distinzione tra destra e sinistra, ma me lo dicono con lo stesso ghigno di chi cercava di convincermi che la mafia non esiste. Comodo farlo credere, in questo modo un premier nonché segretario del PD ha mano libera nel mettere in un angolo i sindacati e infierire sui più deboli.
Sono nato in un partito che aveva scelto il confronto come strategia politica e invece mi ritrovo in un partito che criminalizza il dissenso interno raffigurandolo come il nemico del popolo (più o meno quello che si diceva in Cina e in Unione Sovietica a chi non ubbidiva ciecamente); sono nato in un partito che nutriva l’esigenza di rivolgersi ai propri elettori per ogni questione importante e invece mi ritrovo in un partito ferocemente centralizzato in cui le decisioni sono prese da pochi, ben addestrati supercollaboratori; sono nato in un partito che sognava sistemi alternativi di sviluppo, attenzione alle problematiche ambientali, evoluzioni sociali e culturali, che privilegiasse il merito, le idee, la formazione. Mi ritrovo in un partito in cui vecchi politicanti e giovani vecchi si sono venduti l’anima per rincorrere comode poltrone. Dimenticando tutti i motivi per cui avevano deciso di far parte di questo partito. Insultando tutti quelli che continuano a crederci. Mi dicono che non c’è più differenza tra sinistra, destra e centro, forse è vero.
Non so se il PD sopravviverà a Renzi, sono però abbastanza certo che quello che ne risulterà sarà una cosa completamente diversa, probabilmente una DC restaurata, ma quella peggiore, che guardava a destra. Un ritorno agli anni ‘50 e ‘60 e non si capisce come si faccia a tacciare di conservatorismo quelli che la pensano diversamente. Ma la domanda che mi pongo è se quelli che la pensano come me sopravviveranno al PD. Di soluzioni non ce ne sono, nel senso che andarsene vorrebbe dire fare la stessa fine dei vari Rutelli e Fini, annotazioni a calce di un libro che non leggerà mai nessuno, ma per stare dentro ci vuole un fegato grosso così. Per sopportare le minchiate dei nostri alleati di governo ci vuole un fegato grosso così. Per osservare impotenti la deriva di quello che pensavamo possibile ci vuole un fegato grosso e un’anima anestetizzata.
È davvero questa la modernità? La direzione verso cui dovrà andare il nostro paese è quella che ci vuole insegnare Renzi? Se è così allora il cattivo sono io, il cattivo è dentro di me e non dentro il PD. Allora vuol dire che il gattopardo ha vinto ancora una volta, non solo, vuol dire che il gattopardo è l’unica soluzione e bisogna sostenerlo.
Non mi avrete. Se la storia è questa è meglio stare fuori dalla storia, se il cattivo sono io forse dovrei togliere il disturbo, ma mi trattiene la rabbia di doverla dare vinta a quelli che stanno usando il PD per raggiungere le loro personalissime ambizioni, che non c’entrano niente con il bene del partito e tanto meno del paese. Forse deve solo passare la notte, come diceva un geniale drammaturgo napoletano, forse è necessario che passi ancora una volta un tempo sprecato inutilmente e aspettare di raccogliere i cocci per ricominciare da campo. Mi trattiene il pensiero che la politica la fai anche quando non vuoi, con le tue scelte, le tue prese di posizione, quando scrivi una cosa come questa, quando decidi che ci sono cose che ti stanno bene ma anche (ah…) cose che non sei disposto ad accettare. Quando ti alzi la mattina e sai che non hai niente da rimproverarti e che sei fedele a quello in cui credi profondamente allora stai facendo politica. E allora pensi che forse puoi rompere meglio le balle da dentro che da fuori.

Non so cosa ne sarà del PD, spero che in qualche modo ce la possa fare, spero che il cattivo, dovunque sia e chiunque sia, non l’abbia vinta.

martedì 23 settembre 2014

Live report - Previsioni e annunci

Reduci da un consiglio senza minoranze, a causa delle modalità illegittime di convocazione, il consiglio comunale del 22 settembre si è aperto con le giustificazioni del sindaco il quale ha sostenuto che l'errore nella convocazione sia stato un banale errore di battitura. Ci si è dimenticati di aggiungere "Stra" a "Ordinario". "Ma d'altra parte, se qualcuno mi chiama Pasquale Melis, lo si sa che sono sempre io, anche se non mi chiamo Pasquale" - più o meno il paragone è stato questo. C'è comunque da precisare che alcuni punti all'ordine del giorno non potevano essere discussi in seduta straordinaria, a differenza di quanto sostenuto dal sindaco. Insomma, il pasticcio c'è stato, ed è evidente a tutti.

Detto questo, il punto di discussione principale ha riguardato il bilancio di previsione, per l'anno 2014 e triennale. L'assessore Martina ha introdotto la discussione illustrando i principi contabili di bilancio e spiegando che la maggiore imposizione fiscale ottenuta tramite l'innalzamento dell'addizionale IRPEF e l'applicazione della TASI è stata necessaria per salvaguardare l'equilibrio di bilancio. Altre sottolineature hanno riguardato la riduzione di investimenti nel bilancio pluriennale sempre per rispettare i criteri contabili e la pressocché certa (nelle parole dell'amministrazione) nuova entrata che sarà generata dalla farmacia comunale che aprirà presso l'Iper tra fine 2014 e inizio 2015.

Dividerò schematicamente in due le principali osservazioni e quel che si è capito sulla base delle domande fatte dai due gruppi di minoranza:

Una buona idea
Abbiamo capito che i soldi che tramite il progetto del Governo #scuolenuove sono stati sbloccati dal patto di stabilità, per gli anni 2014 e 2015, saranno investiti per migliorare l'efficienza energetica della palestra delle scuole medie, attraverso un intervento sui serramenti. Specifichiamo che si tratta di soldi del comune di Solbiate, che questo ha già in cassa ma non può spendere per colpa del patto di stabilità. Il governo ha concesso lo sblocco di queste risorse per un ammontare di 154mila euro per il 2014 e 153mila euro per il 2015. Nel bilancio sono state così ripartite: 90mila euro per il 2014 sotto la voce "Incarichi professionali esterni" e 217mila euro per il 2015 sotto la voce "Acquisizione di beni immobili". C'è un po' di confusione, diciamo, anche se l'assessore Caprioli ha assicurato che i lavori partiranno, molto probabilmente nel 2015.
Un'altra "Acquisizione di beni immobili" riguarda la piscina, per un totale di 150mila euro. In realtà si tratta di una richiesta avanzata dall'attuale gestore, e soddisfatta, per alcuni interventi sulla struttura. In entrambi i casi si dice "acquisizione di beni immobili", ma si tratta di interventi su di essi.
In tema di piscina, e di campi da tennis, a che punto siamo con la fideiussione? Non si sa, a bilancio non è stata messa, "siamo in attesa della giustizia: continuano a rimandare, ma siamo fiduciosi", ha dichiarato il sindaco". 

Buongiorno Solbiate
Il gettito previsto dall'applicazione della TASI è stato calcolato applicando l'aliquota a tutti i redditi, senza depurarlo dagli importi inferiori ai 12 euro, che corrisponde alla soglia al di sotto della quale non si paga il tributo. 
Non esiste un'analisi di mercato a sostegno dell'investimento nella nuova farmacia comunale. Se posso permettermi, si tratta di un fatto piuttosto grave, dato che qualsiasi tipo di investimento dovrebbe essere supportato da un'attenta analisi che non si fermi al "la farmacia di roccafritta genera utili perciò anche la nostra", oppure al "siccome all'Iper c'è tanta gente, tanti compreranno farmaci". L'investimento è rischioso, e ci auguriamo che vada a buon fine. 

Da qui ho smesso di prendere appunti, perché la discussione si è avvitata su quanto successo tra fine giugno e settembre tra maggioranza e minoranze, rispetto all'applicazione dei nuovi tributi locali. In realtà tra fine giungo e inizio settembre non è successo nulla, dato che le minoranze (anche extraconsigliari) sono state convocate a fine giugno per discutere del bilancio, senza sottoporre loro uno straccio di dato, al quale l'amministrazione, al contrario, ha sicuramente accesso. Si è perciò discusso su proposte di principio e non numeriche, in quell'occasione, lasciandosi con l'impegno da parte dell'amministrazione di fornire qualche numero e qualche ipotesi, e da parte delle minoranze a condividere nuovamente un percorso (ma su basi numeriche). In realtà non è successo più nulla, se non che il sindaco, poche settimane dopo, ha annunciato a mezzo stampa le nuove tariffe (più basse di quelle che poi ha dovuto applicare), dicendo che le minoranze potevano guardare il bilancio 2013 per avanzare le loro proposte.
La fallacia dell'argomento sta proprio nella discrepanza tra gli annunci del sindaco e le tariffe realmente applicate: nemmeno l'amministrazione è stata in grado di fare previsioni accurate, pur disponendo non solo del bilancio 2013, ma di un sacco di altri dati. 

Ma la politica è anche questo, d'altra parte. 

giovedì 11 settembre 2014

Live Report - Oppositor non porta pena

La domanda sorge spontanea (copyright Pazzaglia, chi era ragazzo negli anni '80 apprezzerà la citazione): ha senso fare opposizione a Solbiate Olona? Il ruolo dell'opposizione non è rompere le scatole alla maggioranza ma aggiungere spazi operativi all'azione amministrativa, facendo presente le lacune, proponendo eventuali variazioni alle decisioni da prendere, portando all'attenzione situazioni dimenticate o trascurate. Nonché esercitare un contropotere legislativo all'azione di chi amministra. Tutte queste belle cose hanno però un limite che a Solbiate sembra insormontabile: è necessario cioè che la maggioranza accetti il ruolo dell'opposizione e gli dia il giusto peso.
Nel consiglio comunale del 9 settembre l'opposizione non era nemmeno presente. Il motivo è molto semplice: la convocazione e quindi la modalità di svolgimento del consiglio erano illegittime, quindi illegali. Pensiero comune dei nostri amministratori: who cares? (dall'americano: chi se ne fotte?) A Solbiate ormai è chiaro che esiste una ristrettissima oligarchia di persone che prende tutte le decisioni e agisce motu proprio (come il papa), cioè senza chiedere il parere di niente e di nessuno, disinteressandosi delle regole di convivenza e a quanto pare anche di quelle normative. Il vantaggio di vivere alla periferia dell'impero, come succede a Solbiate, è che nessuno chiederà mai conto ai potentati locali di quello che fanno e di come si comportano. Il risultato, chissà com'è, è che c'è sempre qualcuno che se ne approfitta. Per cui, who cares? il reggente del granducato di Solbiate Olona potrà sempre comportarsi come meglio crede tanto nessuno sentirà mai la necessità di farlo smettere, né di fatto avrà il potere di farlo, tanto meno quattro consiglieri di opposizione per quanto eletti per volontà popolare.
Quindi torno alla domanda iniziale, quella spontanea: che senso ha fare opposizione? Perlomeno che senso ha farla in questo luogo sperduto tra autostrade e centri commerciali? Per inciso, chi ha letto un minimo di psicologia sociale vi ha sicuramente identificato due elementi chiave di alienazione, ma questo è un altro discorso. Probabilmente non ha nessun senso, e la mancata presenza in aula della minoranza ne ha dato una dimostrazione simbolica più che evidente. Perché non ha senso fare opposizione se chi governa non riconosce il tuo ruolo, se ti vede esclusivamente come un nemico e se pensa a te solo per trovare il modo di ridicolizzarti, calunniarti o farti tacere in qualche modo attraverso poster e articoli farlocchi sui giornali.
Incidentalmente nel consiglio comunale sono state anche prese delle decisioni. Sbagliate, ovviamente. Il prode Stefano spiega perché (qui trovate anche tutti i numeri). Su una cosa però non sono d'accordo con lui, cioè che la giustizia fiscale è difficile da ottenere. A parere mio non lo è, anzi, è una cosa molto semplice, basta volerlo fare. Si parte da una prima idea di base, che è quella di proteggere il più possibile chi è in difficoltà o chi è a rischio di diventarlo. Si aggiunge la seconda idea di base, che è quella di recuperare quello che non si incassa da chi ha di meno facendoselo dare da chi ha di più. Il resto sono numeri da mettere in sequenza.
La politica fiscale del granduca di Solbiate invece è esattamente opposta, cioè creare un'ampia zona di contribuzione fiscale che agevola chi ha redditi più alti e penalizza chi li ha più bassi. Sarà perché le linee rette, equazione semplice, sono più facili da scrivere di quelle curve, che necessitano l'uso di incognite elevate al quadrato. C'è chi non è avvezzo all'analisi matematica e questo si può capire, però da un assessore al bilancio non ce lo aspettiamo visto che ha la responsabilità di gestire i soldi delle persone e di conseguenza della comunità. Si vede che aveva altro da fare oppure, più probabilmente, ha eseguito degli ordini. In fondo, who cares? non è mica un problema suo. Mi viene da pensare che di tutto avevamo bisogno tranne che di regalare mensilmente una indennità piena a una persona che deve solo eseguire ordini.

Pertanto buona fortuna agli oppositori, compito ingrato, inutile e bersagliato da fesserie e comunicati stampa. Avete la mia comprensione, per quello che vale.

sabato 30 agosto 2014

La nostra buona e cattiva coscienza

di Ivan Vaghi

Anni fa, ormai molti, ascoltavo spesso la canzone di un gruppo sconosciuto ai più intitolata “Where were you hiding when the storm broke?” (Dove ti stavi nascondendo quando è scoppiata la tempesta?). Parla di quelli che amano stare al chiuso dei loro recinti e lasciano che i problemi vengano risolti dagli altri, anche nei momenti più difficili. Ogni tanto mi ritorna in mente, magari quando sento di due ragazze che vengono rapite mentre stanno cercando di risolvere qualche problema. Prototipo di quelli che non si nascondono, ma che anzi si buttano in mezzo alla tempesta se è necessario farlo.
Dieci anni fa Simona Torretta, un’amica di una coppia di miei amici, era stata rapita insieme a Simona Pari in Iraq. Erano due cooperanti di “Un ponte per..”. Sarà perché quelli che parlano di ponti mi hanno sempre suscitato più ammirazione di quelli che parlano di muri (e di recinti), sarà perché c’era una maggiore vicinanza, ma la vicenda mi aveva particolarmente coinvolto. Al punto da trovare rivoltanti le “critiche”, chiamiamole così, di quelli che al sicuro dei loro recinti puntavano il dito contro quelle due ragazze così sciocche, secondo loro, da andare in luoghi tanto pericolosi per aiutare la gente.
Quando ho saputo di Greta e Vanessa sapevo che questi fenomeni da baraccone si sarebbero ancora fatti sentire, cosa puntualmente avvenuta. “C’è tanta da gente da aiutare anche qui” è l’accusa più benevola. “Sono incoscienti, provocano più problemi di quelli che risolvono” è invece quella più cinica. Tralascio le battutine volgari e quelle più stupide, figlie di personaggi psicologicamente turbati e provati da una vita piena di frustrazione e fallimenti. Il problema non sono loro, sono tutti quelli che si sentono più furbi degli altri perché nei loro recinti queste cose non succedono, e si sentono in dovere di farlo sapere a tutti. Si credono furbi. Credono di aver capito tutto della vita e di poterla insegnare agli altri. Credono che un muro sia infinitamente più efficiente di un ponte. Non riescono nemmeno a notare che i ponti sono sempre rimasti mentre i muri sono sempre stati abbattuti.
La colpa è di quella cattiva coscienza collettiva che  impedisce a molti di vedere le cose dalla giusta prospettiva. Viene costruito uno schermo di autoprotezione davanti ai nostri occhi perché l’autostima è una componente fondamentale della nostra vita quotidiana e non possiamo sopportare l’idea che esista qualcuno che ci può far capire quanto siamo inadeguati e quanto siamo legati a quelle piccole banalità che abbiamo eletto a comodi luoghi di rifugio. C’è qualcuno che non può sopportare che ci siano persone migliori di quanto loro potranno mai essere e di rivelare quanto siano banali e ordinarie le loro vite. Qualcuno, per proteggersi, pensa inconsciamente che la soluzione è versare loro addosso tutto il fango possibile. Sminuirle per sentirsi alla pari, o superiori.
Viviamo in un mondo così, in cui due ragazze di vent’anni sentono l’urgenza di svolgere un compito che dovrebbe essere responsabilità delle istituzioni internazionali. Sono la buona coscienza di un mondo cinico che si nasconde nella tempesta, che manda i più coraggiosi a riparare i danni provocati da millenni di muri e di incomprensioni.
Calvino diceva: “Se alzi un muro pensa a cosa lasci fuori”. Vanessa e Greta sono là fuori, al di là del muro della nostra cattiva coscienza. Sono preziose, vanno salvaguardate. Non solo le loro persone fisiche, ma il significato che portano con sé, loro malgrado. Chi parte con uno zaino pieno di medicine non lo fa per diventare un simbolo o per avere riscontro mediatico, come quei politici che vanno in zona di guerra (dicono loro, in realtà molto lontano dalle zone veramente pericolose) portandosi al seguito decine di giornalisti su un volo di stato e assicurandosi il passaggio in prima serata televisiva. Chi parte come hanno fatto Vanessa e Greta lo fa perché è consapevole che salvare anche una sola vita può giustificare un’intera esistenza.
Dal Talmud, libro sacro dell’Ebraismo: “Chi salva una vita salva il mondo intero”.
Quella canzone diceva “torna nel tuo rifugio se proprio non ce la fai a liberartene”. Per cui tornate nei vostri rifugi se proprio non volete rinunciare alla vostra cattiva coscienza, così calda e confortevole, però almeno state zitti. Lasciate che il lavoro difficile venga svolto dai veri uomini e dalle vere donne, come Greta e Vanessa. Chi va in mezzo alla tempesta è consapevole dei rischi che corre ed è consapevole che i danni sono peggiori e più difficili da riparare. Chi va in mezzo alla tempesta forse, in cuor suo, sa che c’è una possibilità di non tornare o di affrontare brutte esperienze, però ci va lo stesso. È questo che fa la differenza.

Where were you hiding when the storm broke, when the rain began to fall

The Alarm   

venerdì 1 agosto 2014

Mi sono svegliato a Gaza

di Ivan Vaghi

Questa mattina mi sono svegliato a Gaza. Fino a qualche tempo fa svegliarsi era un sollievo, essere ancora vivi da queste parti è una notizia. Adesso è solo un giorno in più, forse di sofferenza, chissà se ne vale la pena. La prima cosa che fai alla mattina è l'elenco mentale dei posti in cui ti sposterai con la convinzione che potrebbe essere colpito e che non ce n’è uno che puoi considerare sicuro. Gli israeliani dicono che quelli di Hamas usano i civili come scudi umani. Io questo non lo so, la cosa certa è che loro non si fanno nessuno scrupolo a sparare contro quegli scudi umani, un modo impersonale per non usare la parola bambini, donne, anziani, uomini innocenti. Uccido te adesso perché tu forse, un giorno, ucciderai me. Questa è la loro logica.

Hanno bombardato anche le scuole dell’ONU. Io non sono un uomo colto, ma lo so che diverse risoluzioni dell’ONU contro Israele non sono mai state rispettate. Sparare contro l’ONU mi sembra un gesto fin troppo significativo di sfida. Forti dell’appoggio americano e occidentale hanno sempre pensato che potessero fare finta di niente, che le decisioni di politica internazionale andavano bene solo se erano a favore di Israele e non contro. Non mi sembra onesto ma non ho nemmeno voglia di giudicare. Essere nati a Gaza probabilmente è stata solo sfortuna.

Siamo nati e cresciuti con la possibilità di scegliere in che modo morire, combattendo o sotto le bombe, da innocenti. È quello che ci siamo sentiti dire troppo spesso e non ho intenzione di giudicare nemmeno quelli che hanno scelto la prima ipotesi. Si sceglie di combattere per rabbia o per paura, per disperazione o per vendetta, o perché ci sembra che non sia rimasto niente per cui valga la pena vivere. Dio? Per quello che mi riguarda è solo un’altra cosa da bestemmiare, un’altra cosa contro cui prendersela, per spostare la sofferenza e la frustrazione. Per altri è una speranza e una consolazione, in entrambi i casi è un modo per sopravvivere.

I bambini di Gaza continuano ad andare a scuola, quelli che possono, continuano a giocare per strada, continuano a sfidare la morte. Fanno bene. Ti uccidono veramente solo quando ti costringono a non essere quello che sei e a non fare quello che desideri, quando ti obbligano a rintanarti nelle fogne come un topo, quando ti costringono ad avere paura per il solo fatto di vivere. Morire sotto le bombe può essere un’alternativa auspicabile.


Forse stasera tornerò a casa ancora vivo, forse domani mattina mi sveglierò ancora a Gaza. O forse a Damasco. Il mondo è pieno di posti in cui si può scomparire nell’indifferenza del mondo. C’è l’imbarazzo della scelta.

lunedì 7 luglio 2014

In ricordo di Laura


A un anno dalla tragica scomparsa del sindaco di Cardano al Campo, e in occasione dell'inaugurazione della nuova sala convegni a lei dedicata presso Villa Maino voluta dall'Amministrazione comunale, il circolo PD e l'ANPI hanno ricordato con commozione e affetto Laura Prati. 
Un ringraziamento particolare va a tutti i presenti e in particolare al presidente provinciale dell'ANPI, Angelo Chiesa, al componente del Direttivo provinciale, Bestetti, alla senatrice e alla deputata del Partito Democratico, Erica D'Adda e Maria Chiara Gadda, nonché al segretario provinciale Samuele Astuti, al sindaco di Cardano al Campo, Angelo Bellora, al marito e al figlio di Laura, Giuseppe e Massimo Poliseno.