sabato 12 giugno 2010

Bisogna fermare questa legge

di Roberto Saviano tratto da "la Repubblica" del 12 Giugno 2010

La legge Bavaglio non è una legge che difende la privacy del cittadino, al contrario, è una legge che difende la privacy del potere. Non intesa come privacy degli uomini di potere, ma dei loro affari, anzi malaffari. Quando si discute di intercettazioni bisogna sempre affidarsi ad una premessa naturale quanto necessaria. La privacy è sacra, è uno dei pilastri del diritto e della convivenza civile. Ma qui non siamo di fronte a una legge che difende la riservatezza delle persone, i loro dialoghi, il loro intimo comunicare. Questa legge risponde al meccanismo mediatico che conosce come funziona l'informazione e soprattutto l'informazione in Italia. Pubblicare le intercettazioni soltanto quando c'è il rinvio a giudizio genera un enorme vuoto che riguarda proprio quel segmento di informazioni che non può essere reso di dominio pubblico...


venerdì 11 giugno 2010

Perché non sono federalista

di Ivan Vaghi

Il dibattito è aperto da tempo, se vogliamo è l’unica indicazione puramente politica introdotta dalla Lega, e adesso sembra che il procedere verso il federalismo sia quasi inevitabile. Lo stesso PD è sostanzialmente favorevole al federalismo fiscale, anche se queste aperture sembrano quasi avere l’aria di un tentativo di recuperare terreno perduto affrontando gli stessi argomenti che hanno fatto la fortuna proprio della Lega. Si corre il rischio di essere patetici, e anche se il concetto ha sicuramente senso in politica la domanda è: siamo sicuri che possa contribuire a risolvere i mali del nostro paese?

A suo tempo Cavour e soci, di fronte alla decisione se costituire uno stato federale o centralista, scelsero quest’ultimo, perché l’Italia era talmente disomogenea che decentralizzare il potere faceva correre il rischio di alimentare spinte separatiste, che avrebbero vanificato tutto il lavoro di unificazione. A distanza di 150 anni purtroppo le cose non sono migliorate granché e quel concetto resta a mio parere valido. Il federalismo fiscale avrebbe come risultato di scavare ancora di più le differenze tra Nord e Sud, e sarebbe il vero cavallo di Troia del federalismo politico, che a sua volta, alla lunga, potrebbe essere l’abbrivio per una vera e propria secessione. La Lega questo lo sa bene, o perlomeno ci spera, il PD non lo so.

Io non sono federalista e non sono nemmeno favorevole al federalismo fiscale perché quello che conta è come vengono amministrati i soldi, non quanti sono. La Lega, che diventerà la vera protagonista politica di uno stato federalista del Nord, si è già resa corresponsabile della moltiplicazione del numero delle provincie, ad esempio, così come della corsa alle poltrone che più sono meglio è e ce le prendiamo tutte noi. Ho timore di come verrà gestita la spesa pubblica nelle loro mani, così come sono terrorizzato dalla piega che prenderanno aspetti strategici come la scuola, la cultura, la ricerca. La Lega è la quintessenza della versione egoistica della politica e della società, e il Nord Italia correrà l’ulteriore rischio di essere isolata politicamente a livello internazionale. Lo sappiamo bene cosa Bossi e soci pensano dell’Europa, a meno che non si tratti delle poltrone di Strasburgo.

Per il Sud invece il federalismo fiscale sarebbe una tragedia, perché la politica assistenzialista di questi 150 anni ha reso le regioni meridionali dipendenti in ogni modo dalla fiscalità dello Stato italiano. Il mancato accesso a questi fondi consegnerebbe il Sud Italia all’area economica del Nord Africa. E’ chiaro che bisogna intervenire, ed energicamente, con riforme anche strutturali. Bisogna stimolare l’attività privata per trasferire dallo Stato alle imprese parte del peso economico del mantenimento della famiglie. Ma la bacchetta magica non è il federalismo, che anzi toglierebbe risorse potenzialmente utili per gli investimenti, quanto la (vera) lotta alla criminalità organizzata e l’emancipazione del Sud dal suo ruolo di semplice riserva di voti (attraverso l’assistenzialismo), che sono stati il vero limite al suo sviluppo sociale ed economico. Ma queste sono scelte politiche che può fare anche uno stato centralista, ma non è detto che le faccia uno stato federalista solo perché è tale. In Italia quindi il federalismo, compreso quello fiscale, non risolverebbe i problemi, o perlomeno non di tutti gli italiani. A meno che non vogliamo più considerarci un popolo.

giovedì 10 giugno 2010

"Acqua pubblica, ci metto la firma"

di Padre Alex Zanotelli

È appena iniziata la campagna di firme che già ci sono state numerosissime adesioni. Stiamo capendo che se perdiamo sull’acqua, perderemo sulla sanità, sulla scuola, sui diritti dei cittadini.

L’anno scorso la società civile napoletana riuscì ad evitare la privatizzazione dell’ ATO 1, l’ambito territoriale di Napoli e Caserta. È da questa vittoria, insieme alle realtà di tutta Italia, che dobbiamo partire, ricordando che chi privatizza le risorse idriche è un ladro.

L’acqua è uno degli elementi fondamentali per l’uomo che al 70% è composto di tale elemento. L’acqua è fonte della vita: non c’è vita senza acqua. È l’elemento primordiale per eccellenza. È uno dei simboli religiosi più usato da tutte le religioni. Insieme con l’aria è uno dei beni indispensabili per la vita umana. Ecco perché è semplicemente scioccante per tutti sentir parlare di “privatizzare l’acqua”: “Ci manca che privatizziamo l’aria”, mi diceva una donna napoletana in metrò.. Sono vere e proprie bestemmie! Dobbiamo dire no a questa tendenza di morte: vuol dire la morte per milioni di poveri e il salasso dei nostri poveri.

La ragione fondamentale sono gli enormi interessi: l’acqua è ormai l’oro blu del futuro che sostituirà l’oro nero.

Tant’è che “la banca Fideuram lo sa: vale più un litro di acqua che uno di petrolio…..”! Infatti senza petrolio possiamo vivere, senza acqua no. Le grandi multinazionali dell’acqua stanno mettendo le mani sul bene più prezioso dell’umanità. Loro sanno che è già scarsa oggi e che andrà scarseggiando. Di tutta l’acqua, solo il 3% è potabile. Di questo 3%, il 2,70% è usato nell’agricoltura industriale.

Ci rimane solo lo 0,30% dell’acqua su cui c’è già una pressione enorme (ricordiamoci che il 20% ricco consuma l’87% dell’acqua potabile e che 1.400 miliardi dei poveri non hanno accesso all’acqua). Una pressione che andrà aumentando nel prossimo futuro (è di questi giorni una prova tangibile di ciò). Infatti la temperatura mondiale, per l’effetto serra, crescerà al minimo di due centigradi. Gli scienziati ci dicono che basta 1.5 centigradi in più per sciogliere nevai e ghiacciai. Ci salteranno così le fonti idriche. L’acqua sarà sempre più scarsa. Ecco perché le multinazionali stanno mettendo le mani su quest’acqua e ce la rivendono come acqua.

Dobbiamo avere il coraggio di dire no a questa logica. È chiaro che se noi l’accettiamo, vuol dire un altro peso insopportabile sulle classi deboli (100% aumento della bolletta e tagli dell’acqua se non si paga!) e sui poveri del mondo (avremo centinaia di milioni che moriranno di sete nel sud del mondo!)

La grande domanda è: l’acqua è fonte di vita o fonte di guadagno? Sarebbe così bello che L’Italia potesse dare una “lezione di civiltà” e di etica.

Sono sicuro che ce la faremo: che vinca la vita!

sabato 22 maggio 2010

Muti alla meta


Ho sentito molti lamentarsi, ieri, al sit in davanti a Montecitorio: quando poi sarà troppo tardi quelli che non hanno fatto niente, quelli che non sono venuti si mangeranno i gomiti. Quando sarà troppo tardi. Quante volte lo avete sentito dire, lo avete pensato in questi mesi? Presto sarà tardi. È già tardi adesso. Stefano Rodotà dice, nelle pagine interne: «La libertà di espressione è un elemento fondativo delle democrazie e se viene toccata c'è oggettivamente un cambiamento di regime». Gerardo D'Ambrosio: «Vogliono impedirci di sapere le cose. Anche quelle di rilevanza sociale. Una norma spaventosa. Così scivoliamo neppure tanto lentamente verso uno stato autoritario». Tuttavia non basta che parlino i saggi e i sapienti, che migliaia di persone spediscano i loro messaggi e le loro foto coi bavagli sul web, che Michele Santoro dica sono stanco di essere assediato, che Maria Luisa Busi rinunci al suo lavoro pur di non mettere la faccia nel tg del padrone. Non basta che giornali come il nostro siano strangolati dalla assenza quasi assoluta di imprese private e pubbliche che vogliano fare qui pubblicità eseguendo gli ordini del Capo, niente inserzioni è un giornale politico, dicono all'unisono ipocrita come se i giornali di governo non fossero politici, come se politico non fosse ogni gesto quotidiano, ormai, come se non fosse resistenza quella di chi si ostina a fare ancora il suo mestiere, raccontare i fatti, raccogliere e mettere una accanto all'altra le opinioni, rivelare quel che i furbi vogliono nascondere, raccontare il paese che stiamo diventando. Come se i 330 mila lettori di questo giornale non accendessero ogni giorno la luce nelle loro case, non viaggiassero in treno in macchina in aereo, non mettessero i francobolli sulle buste e non avessero conti correnti in banca: come se non esistessero nella speranza che presto non esistano più. Non basta, tutto questo, e sapete perché? «Perché la televisione non ne parla - diceva ieri in piazza una signora di Padova - sono capitata qui per caso, non ne sapevo nulla. Sa, io non mi posso permettere di comprare il giornale, è caro, ho tre figli e mio marito è rimasto vittima di una ristrutturazione, siamo a Roma oggi perché ha un colloquio di lavoro, speriamo... ». Vittima di una ristrutturazione. La tv di questo non parla perciò gli italiani - sette su dieci si informano attraverso la tv, 7 su 10 - non sanno. Ecco l'arcano, non era difficile. Sono anni che lo ripetiamo come una litania: il regime è prima mediatico, è ipnosi collettiva, è una dittatura che si fonda sulla distrazione dalla disperazione. La crisi economica lo favorisce, non lo frena. Sorridete, c'è il quiz a premi in tv.
Ora siamo a un passo. Muti alla meta. Il regime è colloso, impalpabile, arrogante. Quando avranno cancellato ogni traccia della corruzione che dilaga, della mafia dei colletti bianchi, delle 'ndranghete che eleggono i loro parlamentari non ci sarà più né corruzione, né mafia. Basta non parlarne, sapete? Spariranno. La narcosi collettiva fa spavento. Ieri è venuto il sottosegretario alla Giustizia Usa a dircelo: senza le intercettazioni sparirà la lotta alla criminalità. Quei comunisti degli americani. Peggio delle toghe rosse, dei giornalisti dell'Unità. Non facciamogli pubblicità.

mercoledì 19 maggio 2010

Vincitori e vinti

Ci segnalano

18 maggio 2010 - Renato Sacco

Mese di maggio. Una strage. Forse la prima di una lunga sequenza. Persone in fila per il pane sono bersaglio di un colpo di mortaio. Ma in Italia c’è il campionato di calcio che occupa l’informazione e forse anche l’impegno dei politici.
Il Milan vince il campionato! No non è un errore. E la strage non è in Afghanistan, neanche in Iraq.
Siamo a Sarajevo: 27 maggio 1992. Avviene la prima grande strage: colpisce la gente in coda per il pane a Vasa Miskin. La capitale bosniaca è sotto assedio dal 6 aprile. Ma l’indifferenza del mondo non viene molto scalfita. Dai giornali e dai servizi Tv di allora, sembra essere più importante l’infortunio di qualche grande calciatore del Milan e lo scudetto che, appunto i rossoneri, vincono in quell’anno. Si cerca in tutti i modi di attirare l’attenzione su Sarajevo.
Qualcuno propone anche la sospensione del campionato di calcio... Ma non succede nulla. A dicembre ci sarà poi la marcia di pace dei 500 con i Beati costruttori di pace e don Tonino Bello.
Mese di maggio. Questa volta siamo nel 2010. Lo scudetto lo vince l’Inter. E il campionato occupa lo spazio sui mass-media (molto più della Perugia-Assisi... ovviamente) e a quanto pare anche il tempo e l’interesse del ministro della Difesa.
Il 17 maggio vengono uccisi due soldati italiani in Afghanistan. Allora si torna a parlare della missione militare (che si chiama guerra) che dura da tanto tempo, e di tutte le varie cose che si dicono in queste circostanze. Forse la morte dei due soldati, al di là della retorica di rito, non importa poi più di tanto. Il rispetto della vita passa per altre strade, più silenziose e più umane. Lo dico con dolore pensando ai chi è stato ucciso. Il sottoscritto, con don Fabio di Pax Christi, è stato tra i pochissimi italiani presenti a Baghdad, ai funerali delle “nostre” vittime di Nassirya, il 18 novembre 2003. Occasione di grande retorica e di dimenticanza dei morti iracheni.
Ma, tornando al campionato, ho la sensazione che la situazione sia simile a quella del ’92: guerre dimenticate e spazio al campionato.
Si perchè, a parte i mass-media, lo stesso ministro della Difesa, noto tifoso interista, proprio lunedì 17, firma un comunicato da tifoso interista: “... nel rispetto dei tragici avvenimenti che hanno coinvolto i nostri militari in Afghanistan, il ministro, per una maggiore completezza di informazione, tiene a precisare che il senso delle sue dichiarazioni era che dal Siena, già retrocesso, fosse lecito aspettarsi un atteggiamento più propositivo alla ricerca di una vittoria che avrebbe dato lustro al suo campionato.... Invece, secondo La Russa, il Siena ha solo cercato un inutile zero a zero con un catenaccione vecchia maniera quasi che l’importante fosse ostacolare l’Inter anziché cercare un risultato di prestigio per se stesso...”.
Che dire? No comment! Ma, per fortuna gli risponde il Sindaco di Roma: “Bisogna stare molto attenti nelle dichiarazioni, soprattutto quando si è concluso un campionato difficile in cui la Roma ha meritato tantissimo, per cui bisogna essere più sportivi e più rispettosi delle squadre altrui... La frase del ministro - continua Alemanno - è apparsa un po’ una beffa nei confronti dei tifosi romanisti, soprattutto dopo la brutta partita che è stata giocata tra Lazio e Inter. Per questo non condivido quanto detto da La Russa”.
Non so come concludere. Non ho parole.
Forse, chissà, possono essere di aiuto anche ai mass-media e ai politici, le parole del vescovo ausiliare di Sarajevo, mons. Sudar:“La guerra nella mia Patria e le sue tragiche conseguenze mi hanno costretto a immaginare il corso della storia senza le guerre... Dopo aver visto e vissuto da vicino che cosa vuol dire la guerra di oggi.. sono profondamente convinto, e lo potrei provare, che l’uso della violenza ha portato sempre un peggioramento”.

domenica 16 maggio 2010

Per l'acqua pubblica

Il Partito Democratico di Solbiate Olona vi invita a partecipare alla serata a favore del mantenimento della gestione pubblica dell'acqua.
L'appuntamento è previsto per venerdì 21 maggio, alle ore 21.00, presso il Centro Socio Culturale di Solbiate Olona.
Siete tutti invitati a partecipare!

martedì 11 maggio 2010

Del governo del territorio

Questa sera si è tenuto il secondo incontro pubblico sul Piano di Governo del Territorio. Doveva riguardare l'economia locale, ma i rappresentanti di categoria non si sono presentati. Ottimo.

La discussione, quindi, si è fondata su un'introduzione con diversi spunti dell'architetto incaricato, ma soprattutto su una cartina, simile a questa:



Non è difficile rendersi conto che a Solbiate non c'è più verde. Rimangono delle aree verdi dove sorgerà lo svincolo di Pedemontana - e addio, quindi - e nel fondovalle. Le mia posizione è semplice: se pensiamo di poter permettere l'urbanizzazione del poco verde rimanente ci stiamo sbagliando. Il verde finirà presto, e con lui fallirà questo modello di sviluppo. Modello che è andato bene per cinquant'anni, ma che non necessariamente andrà bene per i prossimi cinquanta. Anzi.

Dal pubblico è stata avanzata una proposta che illustra con un'immagine perfetta il concetto: gli agricoltori del fondovalle sono in crisi? Perché non affidargli compiti di manutenzione e salvaguardia del fondovalle stesso? La riconversione più semplice che ci sia.

Un'altra idea che mi è piaciuta è quella di creare delle commissioni consultive per aggregare i solbiatesi. Su temi specifici, dai piccoli commercianti alla Valle Olona, dalla viabilità ai problemi dell'industria. Dei gruppi ristretti e specifici per produrre idee sintetiche e puntuali.

Qualcuno ha proposto la riconversione degli edifici abbandonati del fondovalle. Io, invece, ho parlato di "descalation", di "disimpegno umano", nel senso che l'uomo deve fare un passo indietro nello sfruttare quei luoghi, cercando di rivalutarli dal punto di vista naturale.

S.C.