lunedì 2 luglio 2012

Idee per una diversa gestione del territorio. E qualche dato preoccupante.


Il territorio, ve lo ricordate? E quelli che erano radicati sul territorio, ve li ricordate? Che ci facevano, radicati sul territorio, ancora non lo abbiamo ben capito. Lo consumavano, probabilmente, se pensiamo che in Lombardia, tra il 1999 e il 2007, la superficie urbanizzata è cresciuta di 27.849 ettari, pari a 3.481 ettari all’anno. Per farci un’idea possiamo pensare che un ettaro è pari a 2 campi da calcio a 11 giocatori. Quindi, ogni anno, in Lombardia, abbiamo consumato più di 1.700 campi da calcio.
Un recente articolo scritto da Paolo Pileri e Elena Granata, pubblicato suAgriregionieuropa, esamina il rapporto tra dimensioni dei Comuni (per dimensioni intendiamo il numero di abitanti) e consumo di suolo. L’immagine della metropoli onnivora, che si spande a macchia d’olio oltre i propri confini, è un’immagine sbagliata: i piccoli comuni, quelli con meno di 5.000 abitanti, hanno avuto responsabilità decisive, su questo fronte. Una fotografia ai Comuni italiani ci permette di capire da dove derivano queste responsabilità: «oltre il 70% dei comuni italiani è piccolo e ha in carico oltre metà del paesaggio del nostro Paese (54%) con solo il 17% della popolazione residente. Metà Italia è polverizzata in 5.683 “microunità di paesaggio” con una media di 2.874 ettari l’una. L’altra metà invece è fatta di 2.409 comuni di circa 5.757 ettari l’uno». I Comuni italiani appaiono perciò divisi in due grandi famiglie, ed è interessante vedere «come ognuna di queste si comporta rispetto all’uso del suolo, che rappresenta la risorsa sulla quale, come abbiamo detto, i comuni sviluppano gran parte della loro politica locale. Il piano urbanistico ne è lo strumento di regolazione».
In questo senso, «le compagini politiche si fanno carico delle aspettative pubbliche, delle esigenze sociali ma sono anche collettori di interessi privati che spingono per vedere di massimizzare la rendita fondiaria. In Italia, infatti, il sistema urbanistico è da sempre stato condizionato da tale rendita che è spesso sopravvissuta come motore degli accordi opachi a livello locale». E questo è un punto di debolezza delle amministrazioni locali, soprattutto se scarsamente attrezzate.
Esaminando i dati, Pileri e Granata rilevano che «tra il 1999 e il 2007 la superficie urbanizzata in Lombardia è cresciuta di 27.849 ettari (3.481 ha/anno). Il 40,8% di questo aumento è stato generato da quei 1.086 piccoli comuni. I comuni piccolissimi, quelli con meno di 2.000 abitanti (6,3% della popolazione), sono stati responsabili del 13,6% della nuova superficie urbanizzata. I dati ci mostrano soprattutto che il contributo da parte dei piccoli comuni al consumo di suolo è tra i più alti. Ciò viene dimostrato, ad esempio, dai valori assunti dall’indicatore di urbanizzazione procapite nelle diverse classi di ampiezza demografica dei comuni. Nei comuni con meno di 2.000 abitanti, per ogni nuovo residente si consumano 681 mq. di suolo, mentre in un comune con 50.000 abitanti lo stesso nuovo residente richiede minor suolo libero per insediarsi (332) e addirittura in una città con più di 100.000 abitanti, il consumo per ogni nuovo residente è di 191 metri quadri. [...] Nei comuni con meno di 5.000 abitanti il costo insediativo, misurato in terre agricole perse, è molto più elevato rispetto ai comuni medio-grandi. Questa dissipazione procapite aumenta man mano che ci si sposta verso comuni più piccoli. Nel caso dei comuni con meno di 500 abitanti si registra addirittura la contraddizione per cui a una diminuzione di popolazione corrisponde una produzione edilizia e una perdita di suolo agricolo che non risponde ad alcuna domanda insediativa».
I rimedi a questa situazione stanno nell’incidere nel rapporto che si instaura tra portatori di interessi privati e chi, invece, deve garantire la tutela di beni comuni. E in questo senso, anche la dimensione dei Comuni è decisiva, come abbiamo detto sopra. Alcuni esempi, le «buone notizie», non mancano. Noi ne raccontiamo due.
Il primo caso è quello di Cernusco sul Naviglio, una città di 31.000 abitanti, alle porte di Milano. Ricadiamo, quindi, all’interno della famiglia dei «grandi Comuni» italiani e l’impronta che l’amministrazione di Eugenio Comincini è stata chiaramente a tutela del territorio, slegando il rapporto perverso che esiste tra oneri di urbanizzazione e spesa corrente:
Dalle porte di Milano, ci siamo spostati a Uggiate Trevano, che sta qui:
4.300 abitanti, Uggiate Trevano si trova a metà strada tra Varese e Como, in provincia di Como. Alle sue spalle, la Svizzera. Intorno, invece, l’Unione di Comuni «Terre di frontiera», costituita insieme a Bizzarone (1.500 abitanti), Ronago (1.600 abitanti) e Faloppio (3.900 abitanti). Secondo le nostre categorie, quattro piccoli comuni, che dieci anni fa hanno deciso di rinforzare la cooperazione nella gestione di alcuni servizi, per risparmiare e per migliorarne la qualità. All’appello manca solo l’Ufficio tecnico. E quindi, la gestione del territorio? Beh, questa storia ce la facciamo raccontare direttamente da Fortunato Turcato, sindaco di Uggiate Trevano:

Fonte: onthenord.com

mercoledì 27 giugno 2012

Osservazioni al PGT

Pubblichiamo l'osservazione al PGT elaborata dall'architetto Pietro Galli, che ci sentiamo di sottoscrivere interamente.

Osservazioni PGT Solbiate

venerdì 15 giugno 2012

Un'occasione persa


Il PGT è stata un’occasione persa, un’occasione che ieri sera,  durante l’iniziativa organizzata dall’amministrazione comunale, ha mostrato quali fossero tutte le sue reali potenzialità.
Lasciamo a parte – per questa volta – le considerazioni di natura tecnica, che abbiamo già ampiamente trattato in diversi post precedenti, e pensiamo, appunto, a ciò che avrebbe potuto essere, e non è stato, il PGT per la comunità solbiatese.
La serata di ieri - come quella organizzata settimana scorsa dalle minoranze – è stata un’opportunità per discutere con passione e con intelligenza, senza alcuna polemica, delle scelte operate dall’amministrazione. La passione e l’intelligenza che hanno contraddistinto la totalità degli interventi sono la logica conseguenza di un processo, personale e collettivo allo stesso tempo, di introspezione. Quando pensiamo al futuro urbanistico, non pensiamo solo a strade e palazzine, ma pensiamo anche – un po’ – a chi siamo e a dove vogliamo andare. Lo so, detta così sembra un’esagerazione, ma riflettere sul territorio vuol dire riflettere sul nostro passato, sul passato anche di chi, come me, non ha nonni e genitori cresciuti a Solbiate, ma si sente comunque solbiatese e, perciò, quella storia la sente anche sua. Perché i luoghi hanno una storia, che è la storia di tutti coloro che, con quei luoghi, sono venuti a contatto. Ed è da questa storia che bisogna muovere, per rinnovare la tradizione, che vuol dire tramandare il fuoco e il calore umano che ha invaso quei luoghi, non venerare le ceneri. Quando rifletto su queste cose mi viene sempre in mente la manifestazione “Echi della Valle Olona”, organizzata oramai da due anni con un chiaro riferimento all’Unità d’Italia. Con tutto il rispetto per la manifestazione e con tutto il piacere che provo nel pensare all’Italia unita, il limite della manifestazione mi sembra proprio questo: il non essere legata da un rapporto intimo con la comunità solbiatese. Sembra quasi appiccicata, senza rispettare i tempi e le dimensioni. Vi è mai capitato, da bambini, di appiccicare la figurina di un calciatore dell’anno precedente sull’album della nuova stagione? A me sì, e all’inzio sembra una bella trovata, ma poi ci si rende conto che i colori sono diversi, le magliette sono diverse, magari anche le foto hanno un taglio diverso e lo sponsor è cambiato. Tutti “Opel”, per dire, e solo uno con scritto “Motta”: non è geniale, è brutto. Non c’è corrispondenza tra tempi e luoghi, tra dimensione del pensiero e dimensione dell’azione. Lo ripeto, senza alcun inteno polemico nei confronti di “Echi della Valle Olona”: a me sembra che quello sia venerare le ceneri, mentre il PGT avrebbe potuto essere – e ieri sera ne abbiamo avuto la prova – l’occasione per innovare la tradizione, pensare alla nostra comunità e attaccare tutte le figurine al loro posto. Senza dimenticare che le storie sono belle quando sono collettive, perché per completare gli album bisogna scambiarle, le figurine. Ed è in questo senso che il contributo di ciascun solbiatese avrebbe potuto essere importante, per dire “alt, io so quella cosa là, perché lì ci sono cresciuto, e se volete vi offro il mio contributo, perché così anche io sarò parte di questa storia”. E in questo caso, la storia avrebbe dovuto essere quella della Valle Olona.

E non basta - sinceramente - la dichiarata apertura dell'amministrazione per quanto riguarda le osservazioni. Perché questo percorso condiviso andava fatto prima, e perché la rigidità con la quale è stato portato in Consiglio in PGT fa cadere le braccia, a ripensarci - e ha fatto anche arrabbiare, proprio arrabbiare - e non fa pensare a nulla di buono, per quanta riguarda l'esito delle osservazioni. Spiace, davvero.

venerdì 8 giugno 2012

Incontro sul PGT

Questa sera, venerdì 8 giugno, alle 21, i gruppi consigliari di minoranza hanno organizzato una serata sul PGT, presso il Centro Socioculturale.

giovedì 7 giugno 2012

Meglio tardi che mai?

I Piani d'Area, previsti dalla Legge 1/2000 e confermati dalla Legge 12/2005, hanno lo scopo di orientare lo sviluppo del territorio individuando una sintesi sovracomunale. Il Comune di Cernusco sul Naviglio è tra i 27 Comuni, appartenenti al territorio Martesana - Adda, che insieme alla Provincia di Milano e con la consulenza del Dipartimento di Architettura del Politecnico di Milano, hanno portato a compimento l'esperienza di co-pianificazione per il Piano d'Area Martesana - Adda. La discussione tra le Amministrazioni si è svolta attraverso un ciclo di incontri tra il 2003 e il 2006, aperti a tutti i cittadini e alle istituzioni. Al centro del Piano vi è la definizione di una rappresentazione strategica che evoca una nuova identità territoriale: un territorio in chi si ci muove meglio, in cui e di cui si ci sente cittadini, un territorio che investe sulla abitabilità, produzione della qualità.
Nell'interlocuzione con i Comuni sono state proposte due immagini strategiche del cambiamento: "Città Parco" e "Città dell'economia che cambia". L'immagine della "Città Parco" ha posto in evidenza i temi progettuali legati alle risorse ambientali presenti nel territorio e alla loro salvaguardia e valorizzazione. Pensare al territorio Martesana - Adda come a una "Città Parco" ha significato interrogarsi sulle pratiche che quotidianamente vi si svolgono, e su quelle che potrebbero interessarlo in futuro. L'immagine di "Città dell'economia che cambia" ha invece evidenziato un territorio a doppia velocità, che organizza il proprio tessuto produttivo in relazione alle grandi infrastrutture da un lato (logistica, grandi imprese, grandi contenitori del commercio, terziario tradizionale), e alla rete viabilistica locale dall'altro (piccole imprese, piccolo commercio, ecc). Si tratta di due immagini complementari e apparentemente contraddittorie, che accettano la necessità di confrontarsi con la tensione alla trasformazione in un quadro di sostenibilità.

Antonio Longo e Alessandro Alì, Progetto urbanistico e risorse scarse - Il Piano di Governo del Territorio di Cernusco sul Naviglio, ALINEA Editrice, Firenze, 2011.


Abbiamo preso i residui del Piano Regolatore precedente e siamo andati in riduzione sia dei volumi che del consumo di suolo. Alla fine, il nostro PGT è risultato un piano urbanistico che è riuscito a risparmiare il 40% del consumo di suolo rispetto ai residui del Piano Regolatore precedente, e a cubare - tra abitativo e terziari - molto, molto meno di quelle che erano le previsioni iniziali e i residui del Piano Regolatore del 2002.

Abbiamo inoltre introdotto il principio di "compensazione preventiva". [...] Abbiamo stabilito, con il nostro PGT, che per ogni metro quadrato di Superficie lineare piana che verrà realizzata l'operatore dovrà cedere al Comune quattro metri quadri di area verde. Se le edificazioni avverranno su strutture già costruite, che verranno rimaneggiate, dovranno essere due i metri quadri di area verde da cedere al Comune. E' un principio che è statuito nelle legislazioni dei paesi nordici e della Germania e che nel nostro Paese ancora non vede attuazione o comunque una normazione. Noi lo abbiamo inserito nelle nostre regole e il nostro PGT è risultato indenne da qualsiasi ricorso al TAR, e quindi oggi è norma per il nostro Comune.

Eugenio Comincini, sindaco di Cernusco sul Naviglio.


Tutto questo per dire che a Solbiate, giovedì prossimo, c'è questa iniziativa, a PGT già adottato dal Consiglio comunale.

giovedì 31 maggio 2012

Mettere insieme i dettagli di un’epoca


di Ivan Vaghi

Qualcuno prima o poi farà il riassunto e saranno molte le cose che non torneranno. Perché incomprensibili e perché nessuno le vorrà più indietro (prodigi dei giochi di parole). Quando si vive un’epoca felice la gente se ne accorge, ne ha consapevolezza, facile dire che non è il nostro caso, in quest’esordio di secolo.
Un tizio qualche annetto fa, circa centossessanta a dirla tutta, aveva messo in guardia dai pericoli del capitalismo industriale, aveva parlato di inevitabili crisi ricorrenti, aveva teorizzato i rischi della globalizzazione (ebbene sì, centossessanta anni fa), e tante altre cose debitamente ignorate. La volontà di tutti, dicevano e dicono ancora oggi gli ignoratori, è lo sviluppo economico, che ovviamente non avrà mai fine. Ci saranno sempre nuovi mercati da spremere a costo di andare sulla Luna. Il PIL è e sarà sempre la nostra religione, e Henry Ford è il suo profeta. Qualcun altro, ma qui bisogna andare indietro nel tempo davvero, diciamo sei secoli, diceva che il destino degli uomini è sottoposto inevitabilmente al rischio di rovesci della sorte, e quindi il miglior stato possibile è quello che prevede la partecipazione di più gente possibile perché così la sfiga sarà costretta a sparare nel mucchio. Ci sarà sicuramente qualche vittima ma lo stato vivrà. Che poi è la logica del branco, ci si difende gli uni con gli altri, si vive la stessa vita, ognuno si fa carico della propria quota di rischio e di responsabilità, ognuno è legato agli altri e ognuno ha a cuore il destino degli altri quando va bene e anche quando va male, e quando va male ci sono le risorse collettive per andare avanti lo stesso, più preparati di prima.
L’umanità di fine secolo si guarderà indietro e cercherà di mettere insieme i dettagli di quest’epoca, che aveva scelto l’eterno presente come regola di vita, che aveva dimenticato come si fa a programmare, che aveva rinunciato a immaginarsi come comunità umana. Insomma, un bambino che non voleva crescere e che voleva continuare a giocare a mosca cieca a tutti i costi. L’umanità di fine secolo non si capaciterà di come non abbiamo messo in conto cose così semplici, che cioè le risorse non sono eterne, che le possibilità di smaltimento dei rifiuti non sono infinite, che la felicità non è direttamente proporzionale al prodotto interno lordo e un sacco di altre cose. Certo per loro sarà facile perché saranno dei cyborg. Il darwinismo infatti colpisce anche le connessioni neurali, quelle che non vengono usate si “spengono”, una specie di stand-by energetico che alla lunga diventa sconnessione definitiva, un’estinzione di fatto. È già iniziato il processo di spostamento di alcune nostre facoltà neuronali, trasferite ai computer e alla rete, ed è un processo che sarà sempre più evidente. Il che vuol dire che prima o poi alcune (molte?) delle nostre reti neurali biologiche verranno spente e sostituite dalle reti di connessione digitale, quindi le nostre facoltà mentali saranno in parte organiche e in parte artificiali. Cyborg, appunto. Né giusto né sbagliato, semplicemente inevitabile.
Il tutto però avrà una conseguenza favorevole: quando le nostre capacità decisionali saranno in parte gestite dai computer ci renderemo conto che la strada intrapresa è tragicamente sbagliata e verrà elaborato un sistema per uscirne fuori, un cambiamento strategico globale e definitivo del nostro modo di intendere la vita, la storia, il nostro rapporto con gli altri, il futuro dei nostri figli. L’umanità sarà una sola, dotata di regole condivise, con una gestione sostenibile del pianeta, oppure non ci sarà nessuna umanità. Siamo popolo di confine temporale, ci sarà un prima ma non ci potrà essere un dopo se non decidiamo di attraversare la barriera invisibile del lato peggiore della nostra animalità, se non trasformiamo l’istinto di sopravvivenza individuale in istinto collettivo. Se non riusciremo cioè a programmare bene i computer che penseranno insieme a noi i dettagli del nostro destino. Qualcuno dice che non ci può essere un vero cambiamento epocale senza una soluzione di continuità, senza un salto storico epocale che potrebbe anche essere devastante. E’ una possibilità, dobbiamo metterla in conto, e potremmo esserci più vicini di quanto pensiamo, basterebbe che la Grecia uscisse dall’Euro e già ne avremmo un assaggio (la reazione a catena che ne può scaturire è del tutto imprevedibile). Insomma, un nuovo diluvio universale, economico e finanziario nonché di gestione delle risorse e del vivere sociale, verso cui l’umanità della nostra epoca sta correndo a perdifiato.
Sono pessimista? Certo lo sono, ma il pessimismo è una qualità profetica. Aveva forse torto Cassandra? Quello che per noi è solo un capitolo dell’Iliade per i troiani è stata la fine della loro civiltà. Quello che per l’umanità di fine secolo (se ce ne sarà ancora una, beninteso) sarà solo un punto di passaggio, un capitolo dei loro libri di storia per quanto fondamentale, per noi potrebbe essere la fine del mondo come lo abbiamo sempre inteso e come lo abbiamo sempre immaginato. Ma lo abbiamo sempre immaginato male, ce ne dobbiamo rendere conto e lo dobbiamo accettare.
Per questo mi viene da sorridere quando penso al genio visionario di sei secoli fa e lo confronto con i politucoli che abbiamo intorno, dettagli insignificanti di un’epoca malata, i cui abitanti hanno sostituito i neuroni biologici con quelli catodici. Epoca di passaggio, ancora immatura, inconsapevole, vittima di imbonitori e autonominati profeti, che mettono se stessi davanti alle loro idee, che vogliono sedurre e non convincere, perché qualcuno gli ha insegnato che la politica è marketing e che una delle regole del marketing è la relazione inversa tra la capacità di pensiero dei consumatori e gli incassi ottenuti. Una umanità mantenuta volutamente stupida e apatica perché è la condizione in cui si può esercitare il dominio. Chi apre una scuola chiude una galera, diceva Victor Hugo. Ecco, nella nostra epoca succede il contrario.
Che poi ci vengono anche a fare la morale, si appropriano di concetti come li avessero inventati loro. Li dicono e poi fanno finta di dimenticarli, che non sono mica fessi. Partecipazione, trasparenza, solidarietà, pari opportunità, responsabilità, libertà. Già, libertà. A sentirli parlare si capisce che non hanno capito un beneamato di cosa significa libertà. Te la fanno passare come quella cosa che ti permette di fare quello che vuoi, e invece è esattamente il contrario. Libertà è avere la possibilità di decidere il nostro destino e quello della nostra epoca, di stabilirne finanche i dettagli. Chi non sceglie non è libero, chi non partecipa non è libero, chi si chiude in casa non è libero. La libertà non è una cosa che puoi decidere di non utilizzare, o sei libero o sei schiavo, non ci sono vie di mezzo, perché se non eserciti la tua libertà ci sarà sicuramente qualcuno che prima o poi se ne approfitta e prederà le decisioni al posto tuo, a volte contro di te. Matematico.
La schiavitù auto inflitta è un altro tragico dettaglio della nostra epoca, che i nostri politici non riescono a vedere, o peggio sfruttano a loro vantaggio personale. Ma non è loro la responsabilità, se i nostri politici sono scarsi o sfruttatori la colpa è dello spazio che tutti noi abbiamo lasciato libero perché venisse occupato da chi non se lo meritava. Quello spazio che doveva essere invece occupato dalla nostra libertà. Dare la colpa agli altri è uno stupido alibi, chiamarsi fuori dalla nostra responsabilità di cittadini non risolverà mai un bel niente, correre dietro all’ennesimo pifferaio magico è solo l’ennesimo errore, che si concluderà con l’ennesima delusione. Non bisogna abbattere i partiti, bisogna ripensarli. Bisogna che la smettano di guardarsi l’ombelico e comincino a promuovere, furiosamente, la partecipazione dei cittadini, perché se non possiamo pensare a una democrazia senza il concetto di rappresentanza, non possiamo nemmeno pensare a partiti senza popolo. Devono cominciare a pensare, oggi, a come gestire l’umanità globalizzata, a come pensare a mettere in moto un sistema circolare e non lineare dell’utilizzo delle risorse, a come gestire il passaggio da homo sapiens a homo technologicus, a come immaginare la società dell’uomo di fine secolo, per dargli la possibilità di prenderci in giro. Perché se lo farà vuol dire che esisterà. Lo so è impossibile riuscirci, è per questo che spero nelle macchine, riusciranno a essere più umane di noi, riusciranno a imporre la logica, più affidabile di quel fantomatico “buon senso” che tutti i politici dicono di avere e che invece ha dei contorni talmente sfumati che nessuno sa di preciso cosa sia.
La nostra epoca è piena di dettagli frantumati, che bisognerà, per forza di cose, mettere insieme. Possiamo decidere di farlo oppure possiamo sperare che succeda da solo, la differenza sta nelle conseguenze. Ma è inevitabile che ciò avvenga se vogliamo chiamarci umanità. Altrimenti avremo davanti un lungo, oscuro periodo in cui pochi ricchi useranno la violenza per accedere alle poche risorse disponibili, riducendo il resto degli umani in schiavitù, quella vera. E allora i prossimi anni saranno solo una corsa per stare dalla parte dei ricchi e non degli schiavi, come del resto è accaduto finora e come sta continuando ad accadere. Rimettere insieme la nostra epoca frantumata vuol dire quindi accettare di essere liberi e assumercene la responsabilità. Vuol dire anche uscire dai nostri limiti fisici e mentali e metterci in comunicazione con il mondo. Cominciamo a usare i nostri neuroni digitali, volenti o nolenti in futuro non potremo farne a meno. Chiediamo, proponiamo, pretendiamo che i nostri rappresentanti facciano l’impossibile per pensare al nostro futuro, ma seriamente, perché il nostro futuro non può prescindere da una rivoluzione culturale nel modo di intendere la vita, e questa è una cosa dannatamente seria. O risorgiamo come collettivo oppure, come diceva un allenatore di football, saremo annientati individualmente.

sabato 26 maggio 2012

27 maggio 1923, nasceva don Milani

Nel 2012 ricorre il 45mo anniversario della morte di don Lorenzo Milani. E' 
morto il 26 giugno 1967 a 44 anni. Oggi che gli anni della morte hanno superato 
gli anni della vita si può affermare che è stato uno dei personaggi che si è 
imposto più da morto che da vivo.
Fu esiliato a Barbiana perché doveva tacere. Infatti ha taciuto per nove 
lunghi anni consacrando il suo sacerdozio a sei ragazzi di montagna. Riparlò 
solo due anni prima di morire con la famosa lettera ai cappellani militari e 
poi con la lettera ai giudici. Anche "Lettera a una professoressa" fu data alle 
stampe un mese prima della morte, lui l'ha vista solo stampata; non ha goduto 
tutto il chiasso che ha mosso.
Da morto il suo insegnamento è andato ben oltre Barbiana ed ha parlato 
lontano, molto lontano sia come tempo che come luogo.
E' quello che accade ai personaggi che hanno un pensiero che cammina con 
qualche anno in anticipo rispetto ai loro contemporanei: non capiti e isolati da 
vivi, scoperti e valorizzati da morti.




La scuola di Barbiana


La scuola di Barbiana nasce nel 1956 per i primi sei ragazzi che avevano
finito le elementari. La organizzò don Lorenzo Milani in canonica.
Era una scuola di avviamento industriale dove don Lorenzo era insegnante
unico.
Una scuola poverissima, dove vi era un solo libro di testo;i ragazzi, a turno,
leggevano la lezione e don Lorenzo spiegava.
Era una scuola diversa da tutte le altre, diversa negli orari,diversa nel
programma,diversa nei metodi di insegnamento, diversa nei contenuti.
La scuola di Barbiana si sciolse nell'ottobre del 1968, un anno dopo la morte
di don Lorenzo.

Per saperne di più, sito fondazione: www.donlorenzomilani.it