giovedì 31 maggio 2012

Mettere insieme i dettagli di un’epoca


di Ivan Vaghi

Qualcuno prima o poi farà il riassunto e saranno molte le cose che non torneranno. Perché incomprensibili e perché nessuno le vorrà più indietro (prodigi dei giochi di parole). Quando si vive un’epoca felice la gente se ne accorge, ne ha consapevolezza, facile dire che non è il nostro caso, in quest’esordio di secolo.
Un tizio qualche annetto fa, circa centossessanta a dirla tutta, aveva messo in guardia dai pericoli del capitalismo industriale, aveva parlato di inevitabili crisi ricorrenti, aveva teorizzato i rischi della globalizzazione (ebbene sì, centossessanta anni fa), e tante altre cose debitamente ignorate. La volontà di tutti, dicevano e dicono ancora oggi gli ignoratori, è lo sviluppo economico, che ovviamente non avrà mai fine. Ci saranno sempre nuovi mercati da spremere a costo di andare sulla Luna. Il PIL è e sarà sempre la nostra religione, e Henry Ford è il suo profeta. Qualcun altro, ma qui bisogna andare indietro nel tempo davvero, diciamo sei secoli, diceva che il destino degli uomini è sottoposto inevitabilmente al rischio di rovesci della sorte, e quindi il miglior stato possibile è quello che prevede la partecipazione di più gente possibile perché così la sfiga sarà costretta a sparare nel mucchio. Ci sarà sicuramente qualche vittima ma lo stato vivrà. Che poi è la logica del branco, ci si difende gli uni con gli altri, si vive la stessa vita, ognuno si fa carico della propria quota di rischio e di responsabilità, ognuno è legato agli altri e ognuno ha a cuore il destino degli altri quando va bene e anche quando va male, e quando va male ci sono le risorse collettive per andare avanti lo stesso, più preparati di prima.
L’umanità di fine secolo si guarderà indietro e cercherà di mettere insieme i dettagli di quest’epoca, che aveva scelto l’eterno presente come regola di vita, che aveva dimenticato come si fa a programmare, che aveva rinunciato a immaginarsi come comunità umana. Insomma, un bambino che non voleva crescere e che voleva continuare a giocare a mosca cieca a tutti i costi. L’umanità di fine secolo non si capaciterà di come non abbiamo messo in conto cose così semplici, che cioè le risorse non sono eterne, che le possibilità di smaltimento dei rifiuti non sono infinite, che la felicità non è direttamente proporzionale al prodotto interno lordo e un sacco di altre cose. Certo per loro sarà facile perché saranno dei cyborg. Il darwinismo infatti colpisce anche le connessioni neurali, quelle che non vengono usate si “spengono”, una specie di stand-by energetico che alla lunga diventa sconnessione definitiva, un’estinzione di fatto. È già iniziato il processo di spostamento di alcune nostre facoltà neuronali, trasferite ai computer e alla rete, ed è un processo che sarà sempre più evidente. Il che vuol dire che prima o poi alcune (molte?) delle nostre reti neurali biologiche verranno spente e sostituite dalle reti di connessione digitale, quindi le nostre facoltà mentali saranno in parte organiche e in parte artificiali. Cyborg, appunto. Né giusto né sbagliato, semplicemente inevitabile.
Il tutto però avrà una conseguenza favorevole: quando le nostre capacità decisionali saranno in parte gestite dai computer ci renderemo conto che la strada intrapresa è tragicamente sbagliata e verrà elaborato un sistema per uscirne fuori, un cambiamento strategico globale e definitivo del nostro modo di intendere la vita, la storia, il nostro rapporto con gli altri, il futuro dei nostri figli. L’umanità sarà una sola, dotata di regole condivise, con una gestione sostenibile del pianeta, oppure non ci sarà nessuna umanità. Siamo popolo di confine temporale, ci sarà un prima ma non ci potrà essere un dopo se non decidiamo di attraversare la barriera invisibile del lato peggiore della nostra animalità, se non trasformiamo l’istinto di sopravvivenza individuale in istinto collettivo. Se non riusciremo cioè a programmare bene i computer che penseranno insieme a noi i dettagli del nostro destino. Qualcuno dice che non ci può essere un vero cambiamento epocale senza una soluzione di continuità, senza un salto storico epocale che potrebbe anche essere devastante. E’ una possibilità, dobbiamo metterla in conto, e potremmo esserci più vicini di quanto pensiamo, basterebbe che la Grecia uscisse dall’Euro e già ne avremmo un assaggio (la reazione a catena che ne può scaturire è del tutto imprevedibile). Insomma, un nuovo diluvio universale, economico e finanziario nonché di gestione delle risorse e del vivere sociale, verso cui l’umanità della nostra epoca sta correndo a perdifiato.
Sono pessimista? Certo lo sono, ma il pessimismo è una qualità profetica. Aveva forse torto Cassandra? Quello che per noi è solo un capitolo dell’Iliade per i troiani è stata la fine della loro civiltà. Quello che per l’umanità di fine secolo (se ce ne sarà ancora una, beninteso) sarà solo un punto di passaggio, un capitolo dei loro libri di storia per quanto fondamentale, per noi potrebbe essere la fine del mondo come lo abbiamo sempre inteso e come lo abbiamo sempre immaginato. Ma lo abbiamo sempre immaginato male, ce ne dobbiamo rendere conto e lo dobbiamo accettare.
Per questo mi viene da sorridere quando penso al genio visionario di sei secoli fa e lo confronto con i politucoli che abbiamo intorno, dettagli insignificanti di un’epoca malata, i cui abitanti hanno sostituito i neuroni biologici con quelli catodici. Epoca di passaggio, ancora immatura, inconsapevole, vittima di imbonitori e autonominati profeti, che mettono se stessi davanti alle loro idee, che vogliono sedurre e non convincere, perché qualcuno gli ha insegnato che la politica è marketing e che una delle regole del marketing è la relazione inversa tra la capacità di pensiero dei consumatori e gli incassi ottenuti. Una umanità mantenuta volutamente stupida e apatica perché è la condizione in cui si può esercitare il dominio. Chi apre una scuola chiude una galera, diceva Victor Hugo. Ecco, nella nostra epoca succede il contrario.
Che poi ci vengono anche a fare la morale, si appropriano di concetti come li avessero inventati loro. Li dicono e poi fanno finta di dimenticarli, che non sono mica fessi. Partecipazione, trasparenza, solidarietà, pari opportunità, responsabilità, libertà. Già, libertà. A sentirli parlare si capisce che non hanno capito un beneamato di cosa significa libertà. Te la fanno passare come quella cosa che ti permette di fare quello che vuoi, e invece è esattamente il contrario. Libertà è avere la possibilità di decidere il nostro destino e quello della nostra epoca, di stabilirne finanche i dettagli. Chi non sceglie non è libero, chi non partecipa non è libero, chi si chiude in casa non è libero. La libertà non è una cosa che puoi decidere di non utilizzare, o sei libero o sei schiavo, non ci sono vie di mezzo, perché se non eserciti la tua libertà ci sarà sicuramente qualcuno che prima o poi se ne approfitta e prederà le decisioni al posto tuo, a volte contro di te. Matematico.
La schiavitù auto inflitta è un altro tragico dettaglio della nostra epoca, che i nostri politici non riescono a vedere, o peggio sfruttano a loro vantaggio personale. Ma non è loro la responsabilità, se i nostri politici sono scarsi o sfruttatori la colpa è dello spazio che tutti noi abbiamo lasciato libero perché venisse occupato da chi non se lo meritava. Quello spazio che doveva essere invece occupato dalla nostra libertà. Dare la colpa agli altri è uno stupido alibi, chiamarsi fuori dalla nostra responsabilità di cittadini non risolverà mai un bel niente, correre dietro all’ennesimo pifferaio magico è solo l’ennesimo errore, che si concluderà con l’ennesima delusione. Non bisogna abbattere i partiti, bisogna ripensarli. Bisogna che la smettano di guardarsi l’ombelico e comincino a promuovere, furiosamente, la partecipazione dei cittadini, perché se non possiamo pensare a una democrazia senza il concetto di rappresentanza, non possiamo nemmeno pensare a partiti senza popolo. Devono cominciare a pensare, oggi, a come gestire l’umanità globalizzata, a come pensare a mettere in moto un sistema circolare e non lineare dell’utilizzo delle risorse, a come gestire il passaggio da homo sapiens a homo technologicus, a come immaginare la società dell’uomo di fine secolo, per dargli la possibilità di prenderci in giro. Perché se lo farà vuol dire che esisterà. Lo so è impossibile riuscirci, è per questo che spero nelle macchine, riusciranno a essere più umane di noi, riusciranno a imporre la logica, più affidabile di quel fantomatico “buon senso” che tutti i politici dicono di avere e che invece ha dei contorni talmente sfumati che nessuno sa di preciso cosa sia.
La nostra epoca è piena di dettagli frantumati, che bisognerà, per forza di cose, mettere insieme. Possiamo decidere di farlo oppure possiamo sperare che succeda da solo, la differenza sta nelle conseguenze. Ma è inevitabile che ciò avvenga se vogliamo chiamarci umanità. Altrimenti avremo davanti un lungo, oscuro periodo in cui pochi ricchi useranno la violenza per accedere alle poche risorse disponibili, riducendo il resto degli umani in schiavitù, quella vera. E allora i prossimi anni saranno solo una corsa per stare dalla parte dei ricchi e non degli schiavi, come del resto è accaduto finora e come sta continuando ad accadere. Rimettere insieme la nostra epoca frantumata vuol dire quindi accettare di essere liberi e assumercene la responsabilità. Vuol dire anche uscire dai nostri limiti fisici e mentali e metterci in comunicazione con il mondo. Cominciamo a usare i nostri neuroni digitali, volenti o nolenti in futuro non potremo farne a meno. Chiediamo, proponiamo, pretendiamo che i nostri rappresentanti facciano l’impossibile per pensare al nostro futuro, ma seriamente, perché il nostro futuro non può prescindere da una rivoluzione culturale nel modo di intendere la vita, e questa è una cosa dannatamente seria. O risorgiamo come collettivo oppure, come diceva un allenatore di football, saremo annientati individualmente.

sabato 26 maggio 2012

27 maggio 1923, nasceva don Milani

Nel 2012 ricorre il 45mo anniversario della morte di don Lorenzo Milani. E' 
morto il 26 giugno 1967 a 44 anni. Oggi che gli anni della morte hanno superato 
gli anni della vita si può affermare che è stato uno dei personaggi che si è 
imposto più da morto che da vivo.
Fu esiliato a Barbiana perché doveva tacere. Infatti ha taciuto per nove 
lunghi anni consacrando il suo sacerdozio a sei ragazzi di montagna. Riparlò 
solo due anni prima di morire con la famosa lettera ai cappellani militari e 
poi con la lettera ai giudici. Anche "Lettera a una professoressa" fu data alle 
stampe un mese prima della morte, lui l'ha vista solo stampata; non ha goduto 
tutto il chiasso che ha mosso.
Da morto il suo insegnamento è andato ben oltre Barbiana ed ha parlato 
lontano, molto lontano sia come tempo che come luogo.
E' quello che accade ai personaggi che hanno un pensiero che cammina con 
qualche anno in anticipo rispetto ai loro contemporanei: non capiti e isolati da 
vivi, scoperti e valorizzati da morti.




La scuola di Barbiana


La scuola di Barbiana nasce nel 1956 per i primi sei ragazzi che avevano
finito le elementari. La organizzò don Lorenzo Milani in canonica.
Era una scuola di avviamento industriale dove don Lorenzo era insegnante
unico.
Una scuola poverissima, dove vi era un solo libro di testo;i ragazzi, a turno,
leggevano la lezione e don Lorenzo spiegava.
Era una scuola diversa da tutte le altre, diversa negli orari,diversa nel
programma,diversa nei metodi di insegnamento, diversa nei contenuti.
La scuola di Barbiana si sciolse nell'ottobre del 1968, un anno dopo la morte
di don Lorenzo.

Per saperne di più, sito fondazione: www.donlorenzomilani.it

sabato 28 aprile 2012

Non è una valle per ciclisti

Non è un Paese per ciclisti, l'Italia. Negli ultimi dieci anni, i ciclisti - e per ciclisti si intende semplici cittadini che si spostano su due ruote - morti sulle strade italiane sono più di 2.500. Nel 2010 i morti sono stati 263. A livello europeo fanno peggio di noi solamente la Germania (462) e la Polonia (280), mentre fanno meglio di noi Romania (182), Francia (147), Olanda (138) e Gran Bretagna (104). E' chiaro che il dato va pesato sulle rispettive popolazioni, ma è proprio in questo senso che il confronto con la Gran Bretagna e Francia (rispettivamente 62 e 65 milioni di abitanti, contro i 60 milioni italiani) è impietoso.
Anche la Valle Olona non è più una valle per ciclisti. Il cantiere di Pedemontana, oramai da qualche tempo, ha tagliato in due la pista ciclopedonale che lega la valle, da nord a sud. Non sono stati previsti percorsi alternativi, perciò per "riprendere" la ciclopedonale è necessario percorrere un tratto di strada asfaltata. 
Negli ultimi tempi questo tratto di strada è diventato più pericoloso di quanto già non fosse prima: la strada è stretta, chiusa ai lati dalle recinzioni del cantiere e il manto stradale è in situazioni pietose, pieno di buche e rattoppamenti mal riusciti. Infine, alcuni automobilisti sfrecciano a velocità sconsiderate. A me piace pedalare e mi piace ancor di più pedalare in Valle, ma ieri ho avuto paura. 
E forse è il caso di fare qualcosa, perché nel weekend e con le belle giornate la Valle fortunatamente torna a essere viva e frequentata.
#salvaiciclisti, anche in Valle Olona.

giovedì 26 aprile 2012

25 aprile 2011 (sì, quello dell’anno scorso)


Lo scorso anno a Solbiate il 25 aprile non è stato festeggiato il 25 aprile ma una settimana dopo. Era Pasquetta, ubi maior.. E’ stato l’epilogo inevitabile di una tendenza cominciata il mese prima con le celebrazioni per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia. Se ricordate il paese era affardellato di bandierine tricolori su quasi tutti i principali luoghi e monumenti civici e non. Quasi tutti. Mancava il monumento alla Resistenza, bellamente dimenticato, come se la Liberazione non fosse stato un momento cruciale della storia del nostro paese.
Non voglio approfondire i motivi, mi interessano relativamente, rimane il fatto che la società civile odierna fa fatica a riconoscere che quanto è avvenuto nel biennio 1946-1947, quello fondante il nostro modo di vivere (nel bene o nel male ma sicuramente molto più nel bene) è stato possibile grazie anche all’Insurrezione popolare del 25 aprile 1945. Per chi fosse distratto vado a elencare: democrazia, Repubblica, libere elezioni, suffragio universale, Costituzione, riconoscimento dei diritti umani e dei diritti civili. Io una bandierina tricolore sul monumento alla Resistenza l’avrei messa. Un monumento che tra l’altro è in grave stato di deperimento e anche questo è un aspetto che fa pensare.
La Resistenza non è più di moda? Evidentemente, però invito a riflettere su una cosa: dopo quella volta le uniche esperienze di popolo che abbiamo avuto in Italia, quelle in cui ci siamo riconosciuti come nazione e abbiamo sospirato insieme per la realizzazione di un sogno comune sono state le finali dei mondiali di calcio. Un po’ poco. Qualcuno dice che se tornassero i partigiani riprenderebbero le armi contro quelli che hanno tradito il loro sogno di giustizia e libertà, che era poi il sogno di tutto il popolo italiano. Non è possibile e non è nemmeno auspicabile. Quello che bisogna fare è farsi carico di quel sogno e tenerlo vivo, non più da partigiani ma da cittadini. La storia siamo noi, diceva quel tale, nessuno si senta escluso.

Ivan

martedì 17 aprile 2012

Cosa ci ha insegnato questa storia

Uno storiografo famoso disse che per giudicare qualcosa bisognerebbe osservarla da Marte perché solo così si riuscirebbe a essere sufficientemente obiettivi. Ci accontentiamo di qualcosa di più vicino, d’altronde l’obiettività potrebbe non essere un valore assoluto. Essere obiettivi vuol dire infatti mettere sempre e comunque sullo stesso piano posizioni diverse, anche quelle insostenibili. Platone accusava i sofisti di togliere valore alla filosofia proprio per questo motivo: se tutte le posizioni sono uguali e la differenza la fa la capacità del singolo individuo di convincere gli altri, vuol dire che non esiste più oggettività, non esiste più qualcosa che sia sempre e comunque vera. Il papa lo chiama relativismo ma sempre quello è. Ora sostituiamo la parola “convincere” con “imporre la propria volontà a dispetto di tutto e di tutti” e avremo il PGT di Solbiate.

I nostri sofisti sono partiti da una serie di presupposti: 1) l’unica cosa che conta è permettere al “privato” (entità eletta a figura religiosa) di fare affari; 2) la questione ambientale impedisce questo assunto inderogabile e quindi ce ne sbattiamo; 3) l’interesse della collettività è in contrasto con il punto 1 e quindi ce ne sbattiamo; 4) l’opinione della cittadinanza è il parto di gente sottosviluppata che non merita nessuna attenzione e quindi ce ne sbattiamo; 5) le leggi sono delle complicazioni fastidiosamente inutili; 6) i consiglieri comunali sono dei pupazzi che devono fare sempre e comunque quello che vogliamo noi.

Mi costituisco, non sono obiettivo, perché mai nella vita considererò questi presupposti meritevoli di stare allo stesso livello di altri. Ieri sera invece ci è stata raccontata una storia diversa, a tratti patetica. Abbiamo avuto l’architetto incaricato della stesura del PGT che brandiva il “diritto di edificabilità” come fosse l’ultimo dogma di fede, a cui bisogna immediatamente uniformarsi pena la scomunica. Abbiamo sentito l’assessore all’urbanistica sostenere che siccome un’area è rovinata la cosa più intelligente da fare è distruggerla del tutto. Abbiamo anche visto un sindaco dare lezioni di morale atteggiandosi a pontefice, presumo che presto o tardi darà alle stampe la sua prima enciclica in latino (titolo suggerito: Ad abolendam Solbiatem). Abbiamo soprattutto visto un gruppo di persone, i consiglieri di maggioranza, che ha già dato prova in passato di non avere nessun rispetto per i cittadini, prestarsi a quell’esercizio di disprezzo delle istituzioni che è stata tutta questa vicenda dell’adozione del Piano.

Rimango sostanzialmente della mia opinione, ognuno ha i rappresentanti che si merita. Solbiate più di questo, evidentemente, non può dare. Ne pagherà le conseguenze. Su una cosa però devo dare ragione a miss Attila: il peccato originale è stata la richiesta dello svincolo di Pedemontana. Avevamo detto su queste pagine (ahimè, il destino di Cassandra è veramente difficile da digerire) che sarebbe stato l’inizio dell’assalto a Fort Alamo e questo si sta puntualmente verificando. Cosa ci ha insegnato dunque questa storia? Niente, come non ci hanno insegnato niente le vicende passate. La prossima volta, con questo atteggiamento, andrà ancora peggio.

(citazioni: “Sofista” di Platone e “Ad abolendam”, enciclica di Lucio III che dava il via all’Inquisizione)

Ivan

Il PGT è adottato, ma non ci avete convinto

Finalmente un Consiglio comunale, quello di ieri, durante il quale il dibattito è comprensibile, senza continue sovrapposizioni vocali.
In apertura il tecnico che ha prodotto il PGT, il dott. Pozzi, ha fatto una veloce panoramica "tecnica" sui vari documenti del Piano, riprendendo la presentazione che già fece qualche tempo fa. In seguito si è aperto il Consiglio comunale, con l'intervento del sindaco Melis che ha risposto ad alcune accuse rivolte alla sua amministrazione in questo periodo, ripercorrendo la storia urbanistica di Solbiate, inserendovi critiche all'operato delle passate amministrazioni, ancora "rappresentate" in Consiglio dai due ex sindaci Antonello Colombo e Giuseppe Bianchi. Il successivo dibattito è stato ricco e approfondito (finalmente), sono emerse differenti (e motivate) visioni e il sindaco Melis ha assicurato che è questo il momento in cui si apriranno le porte del PGT alla cittadinanza. Noi rimaniamo convinti dell'opportunità che tutto ciò fosse fatto prima dell'adozione del Piano in Consiglio comunale (la pensa così anche la Legge).
Non ho potuto prendere appunti, perciò riporto ai nostri lettori alcuni passaggi che ho ritenuto significativi, in ordine sparso:
  • L'amministrazione stima che in 10 anni la popolazione crescerà del 10%, un dato che è in netto contrasto con il trend demografico in atto. "A fronte di una crescita attesa prossima allo zero, se non addirittura in decremento", ha scritto l'ARPA nella sua osservazione e mi piacerebbe capire come questa stima è stata controdedotta, dato che è su questo assunto che si innestano gli interventi a scopo residenziale; sul potenziale afflusso di popolazione e relativi servizi non è stato detto nulla.
  • La delocalizzazione del cotonificio è un'opportunità che viene offerta a un imprenditore che la volesse cogliere. E' però risultato evidente dalla discussione che non esistono reali incentivi perché si concretizzi; inoltre non è stato chiarito se le tre aree convertite in industriali sono destinate esclusivamente alla delocalizzazione o anche a insediamenti industriali "normali";
  • Siccome c'è lo svincolo - un'opera che l'amministrazione Melis non ha voluto, ma richiesta dall'amministrazione Colombo - e l'area è rovinata, meglio rovinarla ulteriormente "rivalutandola" e cercando di riportare allo stato naturale dei pezzi della Valle. Il risultato viene ottenuto perché una delle tre aree destinate alla delocalizzazione del cotonificio è situata in via Combattenti, la più vasta e appetibile. Su questo punto possiamo dire che "avevamo ragione noi"? Lo svincolo di Pedemontana è stato il peccato originale, che inevitabilmente, prima o poi, avrebbe portato qualcuno a compiere questo ragionamento, edificando ulteriormente l'area circostante allo svincolo stesso.
  • L'amministrazione dichiara di aver tenuto conto delle osservazioni di ARPA e Provincia, che sono state controdedotte e che potranno essere ulteriormente prese in considerazione durante la fase amministrativa/procedurale che si è aperta oggi;
  • Al parco di Villa Tobler non è stata garantita una maggiore "protezione" e la maggioranza ci lavorerà;
  • Non è stato chiarito se il proprietario del golf, grazie alle modifiche portate dal PGT, potrà sfruttare i residui edificatori dell'area dell'Hotel - destinati a terziario - per costruire villette sul golf. Da più parti si è sentito dire che il proprietario di quell'area ha da tempo avanzato richieste in questa direzione.
  • Il bosco di querce dietro a via dei Ronchi non è un bosco di querce, perché non ce ne sono abbastanza per definirlo come tale; inoltre non è stato chiarito se effettivamente su quell'area, destinata a verde pubblico, si possa costruire o meno. E' stato infine fatto notare dall'assessore come quella sia un'area poco appetibile, data la vicinanza di Pedemontana, ma è stata ribadito il concetto secondo il quale il PGT offre delle opportunità, che l'amministrazione spera vengano colte integralmente, ma non è detto che ciò avvenga;
  • Per incentivare il commercio sull'asse centrale del paese sostanzialmente non è stato previsto nulla. E' stata riproposta l'idea dei negozi polifunzionali, ma non credo che siano citati nel PGT.
Infine ci siamo sentiti tirati in ballo quando l'assessore De Simone ha voluto ribadire - sulla base di alcuni dati che sinceramente non ricordo - che il PGT non comporta una cementificazione selvaggia. Noi, purtroppo, rimaniamo convinti che invece sia il contrario. Non siamo in grado di citare dati, ma siamo in grado di offrire una lettura "politica", parola tanto disprezzata, ai tempi del trionfo della tecnica. La nostra lettura è la migliore che le nostre competenze, ma soprattutto le nostre capacità di rielaborazione, ci permettano di fare. Eravamo, siamo e rimarremo convinti che una delle priorità delle amministrazioni pubbliche debba essere disincentivare il consumo di suolo, fino a bloccarlo. Non ci convincono i ragionamenti che partono dalle "situazioni di fatto", perché ogni situazione di fatto è un pezzettino di cemento che si aggiunge alla cascata di cemento che inonda, da anni, questi territori. C'è il traffico, e allora facciamo Pedemontana. E c'è Pedemontana, e allora facciamo lo svincolo. E c'è lo svincolo, e allora facciamoci un'area industriale. E c'è l'area industriale, e allora cosa faremo? E dispiace rilevarlo, ma anche il discorso iniziale del Sindaco, rivangando le operazioni urbanistiche dal dopoguerra a oggi, va in questa direzione. Le cose cambiano, cambiandole.

Per questo c'è da capovolgere l'approccio. Non partiamo dalle situazioni di fatto per guardare al miglior compromesso possibile, ma capovolgiamo il ragionamento: da ciò che vorremmo a ciò che si può fare, non da ciò che c'è a quel che si può ottenere negoziando. Invece è stato fatto l'opposto, sancendo l'inviolabilità del diritto edificatorio, il più stupido dei diritti. Tra l'altro dobbiamo ricordare che l'incentivo alla delocalizzazione è dato da un consumo doppio di suolo rispetto al suolo "recuperato" in Valle. E "recuperato" va tra virgolette, perché riportare allo stato naturale terreni fortemente usurati da un'intensa attività industriale è operazione lodevole e da incentivare, ma non è un'operazione semplice.

Tutte queste cose - lo ripeto per l'ennesima volta - avremmo potuto dirle, discuterle, rielaborarle, argomentarle, prima dell'adozione di ieri sera. Perché lo sappiamo che ora si apre una fase di discussione, ma l'adozione, inevitabilmente, irrigidisce il dibattito, già irrigidito dalla mancanza di apertura dell'amministrazione.

Stefano