Pubblichiamo l'osservazione al PGT elaborata dall'architetto Pietro Galli, che ci sentiamo di sottoscrivere interamente.
Osservazioni PGT Solbiate
mercoledì 27 giugno 2012
venerdì 15 giugno 2012
Un'occasione persa
Il PGT è stata un’occasione persa, un’occasione che ieri
sera, durante l’iniziativa
organizzata dall’amministrazione comunale, ha mostrato quali fossero tutte le
sue reali potenzialità.
Lasciamo a parte – per questa volta – le considerazioni di
natura tecnica, che abbiamo già ampiamente trattato in diversi post precedenti,
e pensiamo, appunto, a ciò che avrebbe potuto essere, e non è stato, il PGT per
la comunità solbiatese.
La serata di ieri - come quella organizzata settimana scorsa
dalle minoranze – è stata un’opportunità per discutere con passione e con
intelligenza, senza alcuna polemica, delle scelte operate dall’amministrazione.
La passione e l’intelligenza che hanno contraddistinto la totalità degli
interventi sono la logica conseguenza di un processo, personale e collettivo
allo stesso tempo, di introspezione. Quando pensiamo al futuro urbanistico, non
pensiamo solo a strade e palazzine, ma pensiamo anche – un po’ – a chi siamo e
a dove vogliamo andare. Lo so, detta così sembra un’esagerazione, ma riflettere
sul territorio vuol dire riflettere sul nostro passato, sul passato anche di
chi, come me, non ha nonni e genitori cresciuti a Solbiate, ma si sente
comunque solbiatese e, perciò, quella storia la sente anche sua. Perché i
luoghi hanno una storia, che è la storia di tutti coloro che, con quei luoghi,
sono venuti a contatto. Ed è da questa storia che bisogna muovere, per
rinnovare la tradizione, che vuol dire tramandare il fuoco e il calore umano
che ha invaso quei luoghi, non venerare le ceneri. Quando rifletto su queste
cose mi viene sempre in mente la manifestazione “Echi della Valle Olona”,
organizzata oramai da due anni con un chiaro riferimento all’Unità d’Italia.
Con tutto il rispetto per la manifestazione e con tutto il piacere che provo nel
pensare all’Italia unita, il limite della manifestazione mi sembra proprio
questo: il non essere legata da un rapporto intimo con la comunità solbiatese.
Sembra quasi appiccicata, senza rispettare i tempi e le dimensioni. Vi è mai
capitato, da bambini, di appiccicare la figurina di un calciatore dell’anno
precedente sull’album della nuova stagione? A me sì, e all’inzio sembra una
bella trovata, ma poi ci si rende conto che i colori sono diversi, le magliette
sono diverse, magari anche le foto hanno un taglio diverso e lo sponsor è
cambiato. Tutti “Opel”, per dire, e solo uno con scritto “Motta”: non è
geniale, è brutto. Non c’è corrispondenza tra tempi e luoghi, tra dimensione
del pensiero e dimensione dell’azione. Lo ripeto, senza alcun inteno polemico
nei confronti di “Echi della Valle Olona”: a me sembra che quello sia venerare
le ceneri, mentre il PGT avrebbe potuto essere – e ieri sera ne abbiamo avuto
la prova – l’occasione per innovare la tradizione, pensare alla nostra comunità
e attaccare tutte le figurine al loro posto. Senza dimenticare che le storie
sono belle quando sono collettive, perché per completare gli album bisogna
scambiarle, le figurine. Ed è in questo senso che il contributo di ciascun
solbiatese avrebbe potuto essere importante, per dire “alt, io so quella cosa
là, perché lì ci sono cresciuto, e se volete vi offro il mio contributo, perché
così anche io sarò parte di questa storia”. E in questo caso, la storia avrebbe
dovuto essere quella della Valle Olona.
E non basta - sinceramente - la dichiarata apertura dell'amministrazione per quanto riguarda le osservazioni. Perché questo percorso condiviso andava fatto prima, e perché la rigidità con la quale è stato portato in Consiglio in PGT fa cadere le braccia, a ripensarci - e ha fatto anche arrabbiare, proprio arrabbiare - e non fa pensare a nulla di buono, per quanta riguarda l'esito delle osservazioni. Spiace, davvero.
venerdì 8 giugno 2012
Incontro sul PGT
Questa sera, venerdì 8 giugno, alle 21, i gruppi consigliari di minoranza hanno organizzato una serata sul PGT, presso il Centro Socioculturale.
giovedì 7 giugno 2012
Meglio tardi che mai?
I Piani d'Area, previsti dalla Legge 1/2000 e confermati dalla Legge 12/2005, hanno lo scopo di orientare lo sviluppo del territorio individuando una sintesi sovracomunale. Il Comune di Cernusco sul Naviglio è tra i 27 Comuni, appartenenti al territorio Martesana - Adda, che insieme alla Provincia di Milano e con la consulenza del Dipartimento di Architettura del Politecnico di Milano, hanno portato a compimento l'esperienza di co-pianificazione per il Piano d'Area Martesana - Adda. La discussione tra le Amministrazioni si è svolta attraverso un ciclo di incontri tra il 2003 e il 2006, aperti a tutti i cittadini e alle istituzioni. Al centro del Piano vi è la definizione di una rappresentazione strategica che evoca una nuova identità territoriale: un territorio in chi si ci muove meglio, in cui e di cui si ci sente cittadini, un territorio che investe sulla abitabilità, produzione della qualità.
Nell'interlocuzione con i Comuni sono state proposte due immagini strategiche del cambiamento: "Città Parco" e "Città dell'economia che cambia". L'immagine della "Città Parco" ha posto in evidenza i temi progettuali legati alle risorse ambientali presenti nel territorio e alla loro salvaguardia e valorizzazione. Pensare al territorio Martesana - Adda come a una "Città Parco" ha significato interrogarsi sulle pratiche che quotidianamente vi si svolgono, e su quelle che potrebbero interessarlo in futuro. L'immagine di "Città dell'economia che cambia" ha invece evidenziato un territorio a doppia velocità, che organizza il proprio tessuto produttivo in relazione alle grandi infrastrutture da un lato (logistica, grandi imprese, grandi contenitori del commercio, terziario tradizionale), e alla rete viabilistica locale dall'altro (piccole imprese, piccolo commercio, ecc). Si tratta di due immagini complementari e apparentemente contraddittorie, che accettano la necessità di confrontarsi con la tensione alla trasformazione in un quadro di sostenibilità.
Antonio Longo e Alessandro Alì, Progetto urbanistico e risorse scarse - Il Piano di Governo del Territorio di Cernusco sul Naviglio, ALINEA Editrice, Firenze, 2011.
Abbiamo preso i residui del Piano Regolatore precedente e siamo andati in riduzione sia dei volumi che del consumo di suolo. Alla fine, il nostro PGT è risultato un piano urbanistico che è riuscito a risparmiare il 40% del consumo di suolo rispetto ai residui del Piano Regolatore precedente, e a cubare - tra abitativo e terziari - molto, molto meno di quelle che erano le previsioni iniziali e i residui del Piano Regolatore del 2002.
Abbiamo inoltre introdotto il principio di "compensazione preventiva". [...] Abbiamo stabilito, con il nostro PGT, che per ogni metro quadrato di Superficie lineare piana che verrà realizzata l'operatore dovrà cedere al Comune quattro metri quadri di area verde. Se le edificazioni avverranno su strutture già costruite, che verranno rimaneggiate, dovranno essere due i metri quadri di area verde da cedere al Comune. E' un principio che è statuito nelle legislazioni dei paesi nordici e della Germania e che nel nostro Paese ancora non vede attuazione o comunque una normazione. Noi lo abbiamo inserito nelle nostre regole e il nostro PGT è risultato indenne da qualsiasi ricorso al TAR, e quindi oggi è norma per il nostro Comune.
Eugenio Comincini, sindaco di Cernusco sul Naviglio.
Tutto questo per dire che a Solbiate, giovedì prossimo, c'è questa iniziativa, a PGT già adottato dal Consiglio comunale.
Nell'interlocuzione con i Comuni sono state proposte due immagini strategiche del cambiamento: "Città Parco" e "Città dell'economia che cambia". L'immagine della "Città Parco" ha posto in evidenza i temi progettuali legati alle risorse ambientali presenti nel territorio e alla loro salvaguardia e valorizzazione. Pensare al territorio Martesana - Adda come a una "Città Parco" ha significato interrogarsi sulle pratiche che quotidianamente vi si svolgono, e su quelle che potrebbero interessarlo in futuro. L'immagine di "Città dell'economia che cambia" ha invece evidenziato un territorio a doppia velocità, che organizza il proprio tessuto produttivo in relazione alle grandi infrastrutture da un lato (logistica, grandi imprese, grandi contenitori del commercio, terziario tradizionale), e alla rete viabilistica locale dall'altro (piccole imprese, piccolo commercio, ecc). Si tratta di due immagini complementari e apparentemente contraddittorie, che accettano la necessità di confrontarsi con la tensione alla trasformazione in un quadro di sostenibilità.
Antonio Longo e Alessandro Alì, Progetto urbanistico e risorse scarse - Il Piano di Governo del Territorio di Cernusco sul Naviglio, ALINEA Editrice, Firenze, 2011.
Abbiamo preso i residui del Piano Regolatore precedente e siamo andati in riduzione sia dei volumi che del consumo di suolo. Alla fine, il nostro PGT è risultato un piano urbanistico che è riuscito a risparmiare il 40% del consumo di suolo rispetto ai residui del Piano Regolatore precedente, e a cubare - tra abitativo e terziari - molto, molto meno di quelle che erano le previsioni iniziali e i residui del Piano Regolatore del 2002.
Abbiamo inoltre introdotto il principio di "compensazione preventiva". [...] Abbiamo stabilito, con il nostro PGT, che per ogni metro quadrato di Superficie lineare piana che verrà realizzata l'operatore dovrà cedere al Comune quattro metri quadri di area verde. Se le edificazioni avverranno su strutture già costruite, che verranno rimaneggiate, dovranno essere due i metri quadri di area verde da cedere al Comune. E' un principio che è statuito nelle legislazioni dei paesi nordici e della Germania e che nel nostro Paese ancora non vede attuazione o comunque una normazione. Noi lo abbiamo inserito nelle nostre regole e il nostro PGT è risultato indenne da qualsiasi ricorso al TAR, e quindi oggi è norma per il nostro Comune.
Eugenio Comincini, sindaco di Cernusco sul Naviglio.
Tutto questo per dire che a Solbiate, giovedì prossimo, c'è questa iniziativa, a PGT già adottato dal Consiglio comunale.
giovedì 31 maggio 2012
Mettere insieme i dettagli di un’epoca
di Ivan Vaghi
Qualcuno prima o poi farà il
riassunto e saranno molte le cose che non torneranno. Perché incomprensibili e
perché nessuno le vorrà più indietro (prodigi dei giochi di parole). Quando si
vive un’epoca felice la gente se ne accorge, ne ha consapevolezza, facile dire
che non è il nostro caso, in quest’esordio di secolo.
Un tizio qualche annetto fa,
circa centossessanta a dirla tutta, aveva messo in guardia dai pericoli del
capitalismo industriale, aveva parlato di inevitabili crisi ricorrenti, aveva
teorizzato i rischi della globalizzazione (ebbene sì, centossessanta anni fa),
e tante altre cose debitamente ignorate. La volontà di tutti, dicevano e dicono
ancora oggi gli ignoratori, è lo sviluppo economico, che ovviamente non avrà
mai fine. Ci saranno sempre nuovi mercati da spremere a costo di andare sulla
Luna. Il PIL è e sarà sempre la nostra religione, e Henry Ford è il suo
profeta. Qualcun altro, ma qui bisogna andare indietro nel tempo davvero,
diciamo sei secoli, diceva che il destino degli uomini è sottoposto
inevitabilmente al rischio di rovesci della sorte, e quindi il miglior stato
possibile è quello che prevede la partecipazione di più gente possibile perché
così la sfiga sarà costretta a sparare nel mucchio. Ci sarà sicuramente qualche
vittima ma lo stato vivrà. Che poi è la logica del branco, ci si difende gli
uni con gli altri, si vive la stessa vita, ognuno si fa carico della propria
quota di rischio e di responsabilità, ognuno è legato agli altri e ognuno ha a
cuore il destino degli altri quando va bene e anche quando va male, e quando va
male ci sono le risorse collettive per andare avanti lo stesso, più preparati
di prima.
L’umanità di fine secolo si
guarderà indietro e cercherà di mettere insieme i dettagli di quest’epoca, che
aveva scelto l’eterno presente come regola di vita, che aveva dimenticato come
si fa a programmare, che aveva rinunciato a immaginarsi come comunità umana. Insomma,
un bambino che non voleva crescere e che voleva continuare a giocare a mosca
cieca a tutti i costi. L’umanità di fine secolo non si capaciterà di come non
abbiamo messo in conto cose così semplici, che cioè le risorse non sono eterne,
che le possibilità di smaltimento dei rifiuti non sono infinite, che la
felicità non è direttamente proporzionale al prodotto interno lordo e un sacco
di altre cose. Certo per loro sarà facile perché saranno dei cyborg. Il
darwinismo infatti colpisce anche le connessioni neurali, quelle che non
vengono usate si “spengono”, una specie di stand-by energetico che alla lunga
diventa sconnessione definitiva, un’estinzione di fatto. È già iniziato il
processo di spostamento di alcune nostre facoltà neuronali, trasferite ai
computer e alla rete, ed è un processo che sarà sempre più evidente. Il che vuol
dire che prima o poi alcune (molte?) delle nostre reti neurali biologiche
verranno spente e sostituite dalle reti di connessione digitale, quindi le
nostre facoltà mentali saranno in parte organiche e in parte artificiali.
Cyborg, appunto. Né giusto né sbagliato, semplicemente inevitabile.
Il tutto però avrà una conseguenza
favorevole: quando le nostre capacità decisionali saranno in parte gestite dai
computer ci renderemo conto che la strada intrapresa è tragicamente sbagliata e
verrà elaborato un sistema per uscirne fuori, un cambiamento strategico globale
e definitivo del nostro modo di intendere la vita, la storia, il nostro
rapporto con gli altri, il futuro dei nostri figli. L’umanità sarà una sola,
dotata di regole condivise, con una gestione sostenibile del pianeta, oppure
non ci sarà nessuna umanità. Siamo popolo di confine temporale, ci sarà un
prima ma non ci potrà essere un dopo se non decidiamo di attraversare la
barriera invisibile del lato peggiore della nostra animalità, se non trasformiamo
l’istinto di sopravvivenza individuale in istinto collettivo. Se non riusciremo
cioè a programmare bene i computer che penseranno insieme a noi i dettagli del
nostro destino. Qualcuno dice che non ci può essere un vero cambiamento epocale
senza una soluzione di continuità, senza un salto storico epocale che potrebbe
anche essere devastante. E’ una possibilità, dobbiamo metterla in conto, e
potremmo esserci più vicini di quanto pensiamo, basterebbe che la Grecia
uscisse dall’Euro e già ne avremmo un assaggio (la reazione a catena che ne può
scaturire è del tutto imprevedibile). Insomma, un nuovo diluvio universale,
economico e finanziario nonché di gestione delle risorse e del vivere sociale,
verso cui l’umanità della nostra epoca sta correndo a perdifiato.
Sono pessimista? Certo lo sono,
ma il pessimismo è una qualità profetica. Aveva forse torto Cassandra? Quello
che per noi è solo un capitolo dell’Iliade per i troiani è stata la fine della
loro civiltà. Quello che per l’umanità di fine secolo (se ce ne sarà ancora
una, beninteso) sarà solo un punto di passaggio, un capitolo dei loro libri di
storia per quanto fondamentale, per noi potrebbe essere la fine del mondo come
lo abbiamo sempre inteso e come lo abbiamo sempre immaginato. Ma lo abbiamo
sempre immaginato male, ce ne dobbiamo rendere conto e lo dobbiamo accettare.
Per questo mi viene da sorridere
quando penso al genio visionario di sei secoli fa e lo confronto con i
politucoli che abbiamo intorno, dettagli insignificanti di un’epoca malata, i
cui abitanti hanno sostituito i neuroni biologici con quelli catodici. Epoca di
passaggio, ancora immatura, inconsapevole, vittima di imbonitori e autonominati
profeti, che mettono se stessi davanti alle loro idee, che vogliono sedurre e
non convincere, perché qualcuno gli ha insegnato che la politica è marketing e
che una delle regole del marketing è la relazione inversa tra la capacità di
pensiero dei consumatori e gli incassi ottenuti. Una umanità mantenuta
volutamente stupida e apatica perché è la condizione in cui si può esercitare
il dominio. Chi apre una scuola chiude una galera, diceva Victor Hugo. Ecco,
nella nostra epoca succede il contrario.
Che poi ci vengono anche a fare
la morale, si appropriano di concetti come li avessero inventati loro. Li
dicono e poi fanno finta di dimenticarli, che non sono mica fessi. Partecipazione,
trasparenza, solidarietà, pari opportunità, responsabilità, libertà. Già,
libertà. A sentirli parlare si capisce che non hanno capito un beneamato di
cosa significa libertà. Te la fanno passare come quella cosa che ti permette di
fare quello che vuoi, e invece è esattamente il contrario. Libertà è avere la
possibilità di decidere il nostro destino e quello della nostra epoca, di
stabilirne finanche i dettagli. Chi non sceglie non è libero, chi non partecipa
non è libero, chi si chiude in casa non è libero. La libertà non è una cosa che
puoi decidere di non utilizzare, o sei libero o sei schiavo, non ci sono vie di
mezzo, perché se non eserciti la tua libertà ci sarà sicuramente qualcuno che
prima o poi se ne approfitta e prederà le decisioni al posto tuo, a volte
contro di te. Matematico.
La schiavitù auto inflitta è un
altro tragico dettaglio della nostra epoca, che i nostri politici non riescono
a vedere, o peggio sfruttano a loro vantaggio personale. Ma non è loro la
responsabilità, se i nostri politici sono scarsi o sfruttatori la colpa è dello
spazio che tutti noi abbiamo lasciato libero perché venisse occupato da chi non
se lo meritava. Quello spazio che doveva essere invece occupato dalla nostra
libertà. Dare la colpa agli altri è uno stupido alibi, chiamarsi fuori dalla
nostra responsabilità di cittadini non risolverà mai un bel niente, correre
dietro all’ennesimo pifferaio magico è solo l’ennesimo errore, che si
concluderà con l’ennesima delusione. Non bisogna abbattere i partiti, bisogna
ripensarli. Bisogna che la smettano di guardarsi l’ombelico e comincino a promuovere,
furiosamente, la partecipazione dei cittadini, perché se non possiamo pensare a
una democrazia senza il concetto di rappresentanza, non possiamo nemmeno
pensare a partiti senza popolo. Devono cominciare a pensare, oggi, a come
gestire l’umanità globalizzata, a come pensare a mettere in moto un sistema
circolare e non lineare dell’utilizzo delle risorse, a come gestire il
passaggio da homo sapiens a homo technologicus, a come immaginare la
società dell’uomo di fine secolo, per dargli la possibilità di prenderci in
giro. Perché se lo farà vuol dire che esisterà. Lo so è impossibile riuscirci,
è per questo che spero nelle macchine, riusciranno a essere più umane di noi,
riusciranno a imporre la logica, più affidabile di quel fantomatico “buon
senso” che tutti i politici dicono di avere e che invece ha dei contorni
talmente sfumati che nessuno sa di preciso cosa sia.
La nostra epoca è piena di
dettagli frantumati, che bisognerà, per forza di cose, mettere insieme.
Possiamo decidere di farlo oppure possiamo sperare che succeda da solo, la
differenza sta nelle conseguenze. Ma è inevitabile che ciò avvenga se vogliamo chiamarci
umanità. Altrimenti avremo davanti un lungo, oscuro periodo in cui pochi ricchi
useranno la violenza per accedere alle poche risorse disponibili, riducendo il
resto degli umani in schiavitù, quella vera. E allora i prossimi anni saranno
solo una corsa per stare dalla parte dei ricchi e non degli schiavi, come del
resto è accaduto finora e come sta continuando ad accadere. Rimettere insieme
la nostra epoca frantumata vuol dire quindi accettare di essere liberi e
assumercene la responsabilità. Vuol dire anche uscire dai nostri limiti fisici
e mentali e metterci in comunicazione con il mondo. Cominciamo a usare i nostri
neuroni digitali, volenti o nolenti in futuro non potremo farne a meno.
Chiediamo, proponiamo, pretendiamo che i nostri rappresentanti facciano
l’impossibile per pensare al nostro futuro, ma seriamente, perché il nostro
futuro non può prescindere da una rivoluzione culturale nel modo di intendere
la vita, e questa è una cosa dannatamente seria. O risorgiamo come collettivo
oppure, come diceva un allenatore di football, saremo annientati
individualmente.
sabato 26 maggio 2012
27 maggio 1923, nasceva don Milani
morto il 26 giugno 1967 a 44 anni. Oggi che gli anni della morte hanno superato
gli anni della vita si può affermare che è stato uno dei personaggi che si è
imposto più da morto che da vivo.
Fu esiliato a Barbiana perché doveva tacere. Infatti ha taciuto per nove
lunghi anni consacrando il suo sacerdozio a sei ragazzi di montagna. Riparlò
solo due anni prima di morire con la famosa lettera ai cappellani militari e
poi con la lettera ai giudici. Anche "Lettera a una professoressa" fu data alle
stampe un mese prima della morte, lui l'ha vista solo stampata; non ha goduto
tutto il chiasso che ha mosso.
Da morto il suo insegnamento è andato ben oltre Barbiana ed ha parlato
lontano, molto lontano sia come tempo che come luogo.
E' quello che accade ai personaggi che hanno un pensiero che cammina con
qualche anno in anticipo rispetto ai loro contemporanei: non capiti e isolati da
vivi, scoperti e valorizzati da morti.
La scuola di Barbiana
finito le elementari. La organizzò don Lorenzo Milani in canonica.
Era una scuola di avviamento industriale dove don Lorenzo era insegnante
unico.
Una scuola poverissima, dove vi era un solo libro di testo;i ragazzi, a turno,
leggevano la lezione e don Lorenzo spiegava.
Era una scuola diversa da tutte le altre, diversa negli orari,diversa nel
programma,diversa nei metodi di insegnamento, diversa nei contenuti.
La scuola di Barbiana si sciolse nell'ottobre del 1968, un anno dopo la morte
di don Lorenzo.
Per saperne di più, sito fondazione: www.donlorenzomilani.it
sabato 28 aprile 2012
Non è una valle per ciclisti
Non è un Paese per ciclisti, l'Italia. Negli ultimi dieci anni, i ciclisti - e per ciclisti si intende semplici cittadini che si spostano su due ruote - morti sulle strade italiane sono più di 2.500. Nel 2010 i morti sono stati 263. A livello europeo fanno peggio di noi solamente la Germania (462) e la Polonia (280), mentre fanno meglio di noi Romania (182), Francia (147), Olanda (138) e Gran Bretagna (104). E' chiaro che il dato va pesato sulle rispettive popolazioni, ma è proprio in questo senso che il confronto con la Gran Bretagna e Francia (rispettivamente 62 e 65 milioni di abitanti, contro i 60 milioni italiani) è impietoso.
Anche la Valle Olona non è più una valle per ciclisti. Il cantiere di Pedemontana, oramai da qualche tempo, ha tagliato in due la pista ciclopedonale che lega la valle, da nord a sud. Non sono stati previsti percorsi alternativi, perciò per "riprendere" la ciclopedonale è necessario percorrere un tratto di strada asfaltata.
Negli ultimi tempi questo tratto di strada è diventato più pericoloso di quanto già non fosse prima: la strada è stretta, chiusa ai lati dalle recinzioni del cantiere e il manto stradale è in situazioni pietose, pieno di buche e rattoppamenti mal riusciti. Infine, alcuni automobilisti sfrecciano a velocità sconsiderate. A me piace pedalare e mi piace ancor di più pedalare in Valle, ma ieri ho avuto paura.
E forse è il caso di fare qualcosa, perché nel weekend e con le belle giornate la Valle fortunatamente torna a essere viva e frequentata.
#salvaiciclisti, anche in Valle Olona.
Anche la Valle Olona non è più una valle per ciclisti. Il cantiere di Pedemontana, oramai da qualche tempo, ha tagliato in due la pista ciclopedonale che lega la valle, da nord a sud. Non sono stati previsti percorsi alternativi, perciò per "riprendere" la ciclopedonale è necessario percorrere un tratto di strada asfaltata.
Negli ultimi tempi questo tratto di strada è diventato più pericoloso di quanto già non fosse prima: la strada è stretta, chiusa ai lati dalle recinzioni del cantiere e il manto stradale è in situazioni pietose, pieno di buche e rattoppamenti mal riusciti. Infine, alcuni automobilisti sfrecciano a velocità sconsiderate. A me piace pedalare e mi piace ancor di più pedalare in Valle, ma ieri ho avuto paura.
E forse è il caso di fare qualcosa, perché nel weekend e con le belle giornate la Valle fortunatamente torna a essere viva e frequentata.
#salvaiciclisti, anche in Valle Olona.
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