di Ivan VaghiQualche giorno fa un mio amico mi ha accusato di essere un veltroniano. Da vecchio fan di Star Trek pensavo si riferisse agli abitanti di qualche pianeta lontano, invece parlava proprio di Walter Veltroni. Capirai, gli ho detto, non è che sia una novità. Lui invece mi accusava con cattiveria e anche un po’ di disprezzo, come se Veltroni fosse l’ultimo degli uomini oltre che l’ultimo dei politici. La conversazione poi è svicolata su altri piani ma l’accusa mi ha fatto riflettere, se non altro perché io non è che sia proprio un veltroniano, o perlomeno non pensavo di esserlo. Alle primarie avevo scelto Rosy Bindi (una democristiana, io che votavo Rifondazione…), perché di Veltroni non mi piaceva il profilo troppo basso e la rinuncia alla critica del berlusconismo fino al limite dell’autolesionismo (come purtroppo sta avvenendo). A me della politica piacciono anche gli scontri e le accuse, ovviamente se motivate e dimostrate.
Poi però ho imparato ad apprezzarlo, e non solo perché si sta difendendo con coraggio da un branco di lupi che aspirano alla sua poltrona, ma soprattutto perché mi piace un sacco quello che dice. Chi era con me al Circo Massimo qualche mese fa sa di cosa sto parlando, sto parlando del coraggio di provarci, del coraggio di non cedere alla rassegnazione, del coraggio di cercare a fare di meglio, del coraggio di scegliere un futuro difficile, complicato, ma finalmente degno di essere vissuto. Al mio amico, una brava persona a cui voglio bene, questo coraggio manca completamente, e come a lui manca anche a tutti i suoi politici di riferimento, quelli con i sorrisi stampati e le cravatte intonate, che professano ottimismo a oltranza anche di fronte al rischio di perdere mezzo milione di posti di lavoro nei prossimi mesi (lo dice Confindustria, mica io), che si ostinano a professare l’individualismo come arma segreta per la felicità. Lo slogan di Veltroni è: “si può fare”. Io non lo so se si può fare, di certo se ci rinunci hai sicuramente perso. Chi segue le vicende politiche del nostro paese sente spesso parlare di alleanze strategiche, di tattiche, di ritorno di immagine, chi va un po’ più in profondità si accorge che le campagne elettorali spesso servono a “piazzare” questo o quel candidato. Una democrazia basata sulla gestione del potere. Nella mia mente ho tracciato una linea: al di qua rimangono quelli che non vedono al di là del proprio naso, e che quindi utilizzano la politica per avere dei vantaggi, al di là vanno quelli che si portano in tasca un binocolo, e che quindi pensano che la politica possa essere utilizzata per migliorare la vita delle persone (e spesso l’appartenenza partitica non è determinante nel discriminare i due tipi). Non è un sofismo da quattro soldi, è la differenza tra pensare solo a se stessi e pensare al bene di tutti quanti.
Questo mio amico, e tutti quelli come lui, non ha capito che in “tutti quanti” sono compresi anche i suoi figli. La sua accusa di veltronismo implicherebbe l’accusa di ingenuità, di utopismo, di mancanza di realismo, di scollamento dalla realtà, di snobismo culturale e ideologico, di mancanza di decisione, di inefficienza e di chissà cos’altro. Dall’altra parte invece ci sono quelli che hanno capito tutto e che sanno cosa fare. E’ una vecchia storia, Nixon diceva: “quelli di destra fanno ciò di cui quelli di sinistra parlano solamente”. Un po’ è vero, diciamocelo, però sappiamo anche come è andata a finire, e come è andata a finire con il decisionismo di Craxi (non parlo della galera, parlo del debito pubblico fuori controllo, e non ditemi che Craxi era di sinistra…), e come sta andando a finire con l’efficientismo di Berlusconi. Certo, certo, è colpa della congiuntura internazionale, d’altra parte è sempre colpa della congiuntura, peccato che non gli si possa imputare proprio tutto. Un esempio? Lo smantellamento del sistema scolastico superiore e la rinuncia a coltivare i nostri talenti, così che i ragazzi italiani più dotati stanno andando in massa all’estero privandoci di tutta la prossima possibile classe dirigente. Il risultato è che quella attuale sta invecchiando e i ricambi sono scarsi (di numero e di capacità).
In un mondo che guarda con grandi speranze all’insediamento del nuovo presidente americano e tende un disarmato orecchio alle tristi notizie da Gaza, noi rispondiamo con le dirette televisive sulla cessione di Kakà. Non so proprio dove sia il realismo, la passione politica, la voglia di fare del bene ai nostri concittadini. Capite quindi cosa intendo quando parlo di coraggio? Avere davanti non solo l’agenda della prossima settimana, ma anche il calendario dei prossimi decenni. Siamo costretti a diventare visionari per riuscirci? A rifugiarci nell’ingenuità che la politica possa essere ancora qualcosa di buono e onorevole? A essere “scollati dalla realtà” al punto da pensare che la realtà sia modificabile? Ok, io ci sto. Si può fare. Veltronismo puro.
Mi rendo conto di quanto sia difficile tradurre in pratica tutta questa filosofia, ma mi rendo anche conto che l’alternativa sarebbe un mondo sempre meno vivibile e sempre meno attraente, in cui si cercherebbe di fare sempre più soldi fino a quando non sarà più fisicamente possibile e allora sarebbe forse troppo tardi, in cui le persone saranno sempre più individui e sempre meno cittadini. Quella linea ideale che ho tracciato nella mia mente (chiamiamola pure, woytilianamente, “soglia della speranza”), è quella che per me distinguerà gli uomini dai bambini, i coraggiosi dai pavidi, i rassegnati dagli speranzosi, i veri ottimisti dai realisti senza sogni. Ma abbiamo anche l’obbligo di provare a mettere in pratica tutto quanto. Il Dalai Lama (par condicio…) dice che ci sono solo due giorni all’anno in cui non si può fare niente, ieri e domani. Questo vuol dire che è oggi il giorno, è questo il momento, il nostro futuro è già cominciato e abbiamo il dovere di tenerne conto. Sono quindi arrivato alla conclusione che in effetti sono veltroniano, e forse lo sono sempre stato, da prima ancora di sapere chi fosse Veltroni. Forse veltroniani si nasce e io, come diceva Totò, lo nacqui.